Freschissimi Coop, due mesi nel segno della stabilità
Intervista esclusiva con Claudio Mazzini, responsabile del settore
Sui cavalli di frisia dell’anticovid i supermercati ci si sono ritrovati fin dallo scoppio dell’emergenza. Talmente in prima linea da trasformarsi da hub di approvvigionamento a insegne con specifica funzione sociale. Come testimoniato, ad esempio, dallo spot di Coop Italia, focalizzato sulle azioni messe in campo in questi 2 mesi: e cioè garanzia per acquisti in sicurezza, prezzi bloccati (su 18.000 prodotti) fino al 31 maggio e totale solidarietà con clienti e fornitori. Ma con la parziale paralisi dell’agricoltura, difficoltà logistiche e l’accelerazione dei prezzi del carrello della spesa come protrarre queste assicurazioni?
“In questo momento non esistono rischi inflattivi particolari, a parte qualche punto in più su base annua, che sui prodotti equivale a pochi centesimi”, spiega Claudio Mazzini, responsabile freschissimi (ortofrutta, carne e pesce) di Coop Italia. “I maggiori costi per noi, che non si possono ignorare, sono stati causati dalla gestione del distanziamento, dal minor numero di personale, dalle sanificazioni da effettuare a ogni fine turno e dagli acquisti per l’equipaggiamento. Qualche aumento nelle ultime settimane lo abbiamo registrato con le merci provenienti dal sud Italia: perché i trasportatori risalgono la penisola ma tornano a casa vuoti, essendo chiuse la maggior parte delle imprese, facendo lievitare così i costi. E questo nonostante i prezzi di nafta e benzina siano ai minimi storici. In generale però tutta la filiera ha reagito con grande responsabilità e le spinte speculative sono state contrastate subito”.
Esistono però dei freschissimi che fanno storia a sé. “Con la chiusura del food service (e quindi mense, scuole e ristorazione) e la minore richiesta di salumi e affettati”, spiega Mazzini, “le aziende di macellazione, a fronte di una minore trasformazione, hanno recuperato un po’ di valore sul venduto di carne suina per il consumo fresco, provocando in marzo un leggero innalzamento dei prezzi nel settore. Al contrario, sempre per il minore consumo legato alla ristorazione (si calcola che circa il 20% si sia spostato sul dettaglio) sono scesi i prezzi delle carni bovine di vitello e soprattutto del pesce, con effetti quasi deflattivi. L’andamento dei consumo dei freschissimi è comunque sempre in altalena e dipende dai cambiamenti sociali e dalla domanda”.
A incidere sugli acquisti anche le diminuita possibilità di circolazione: che ha portato a spese coerenti con le uscite settimanali, privilegiando beni non deperibili come mele e patate, “la cui richiesta in un mese è stata pari a quella in genere spalmata in tre”. Al contrario delle fragole, arrivate prestissimo sui banchi per un anticipo di produzione, assai poco richieste prima di Pasqua per via della loro altissima deperibilità. Niente rincari neanche per la rinuncia a prodotti stranieri più a buon mercato? “Il nostro baricentro di approvvigionamento è al 90% in Italia e questo è per noi elemento di grande stabilità”, precisa ancora Mazzini. “Forse qualche primizia o frutto tropicale viene dall’estero, ma certo non acquistiamo pomodori in Marocco. Né abbiamo fornitori mordi e fuggi: bensì filiere decennali basate su rapporti di correttezza e lealtà, che si sono dimostrati fondamentali in questi momenti di difficoltà. I sistemi complessi tendono all’equilibrio e nel tempo si trova sempre una quadra”.
La GDO quindi come punto riferimento nelle calamità? “Alla fine in due mesi grandi cambiamenti non si sono registrati, i prodotti c’erano tutti e siamo riusciti a dare una percezione di grande normalità. E questo grazie anche al grandissimo senso di responsabilità di tutto il nostro personale dei punti vendita, che ha retto con empatia i cambiamenti nei contatti con i consumatori: perché nelle prime settimane è stato il delirio”.
Nell’attesa di altre iniziative a sostegno alla clientela previste dopo il 31 maggio, rimane il problema della mancanza di manodopera nelle campagne. “Questa è la grande incognita”, conclude Mazzini, “perché al nord sta partendo la raccolta di asparagi, meloni, fragole e frutta in generale. E mentre nelle aziende del meridione un minimo di manodopera locale c’è, al nord questa presenza non esiste. Chi andrà a lavorare in questi campi ad alta densità di manodopera, dove è richiesta grande flessibilità, magari con alti picchi per soli 10 giorni? Un barista disoccupato potrà andare a raccogliere meloni? Occorrono delle regole per assumere, nel totale rispetto del diritto del lavoro. Ma qui deve per forza intervenire il governo. La buona volontà della filiera non basta”.
EFA News - European Food Agency