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CLARA MOSCHINI

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L'analisi. La guerra degli stretti danneggia l'agroalimentare

Rincari su petrolio e cibo. Il parere di Giuseppe Rigano, esperto di questioni internazionali

A cinque mesi dall'inizio della crisi, lo Stretto di Hormuz continua a rappresentare uno dei maggiori fattori di instabilità dell'economia internazionale. Sarà perchè collega il Golfo Persico al Golfo di Oman e all'Oceano Indiano, oppure perchè è il corridoio marittimo attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale e circa un quinto del gnl, il gas naturale liquefatto consumato sul pianeta. Fatto sta che il transito delle petroliere resta significativamente inferiore ai livelli precedenti al conflitto, con pesanti ripercussioni sui mercati energetici, sui costi del trasporto marittimo e sulle catene globali di approvvigionamento. 

Il fattore Yemen 

Negli ultimi giorni, tuttavia, l'attenzione dei mercati si è spostata su un secondo punto strategico: lo Stretto di Bab el-Mandeb, tra Yemen, Gibuti ed Eritrea, proprio di fronte a Hormuz. Il blocco parziale da parte dei ribelli yemeniti Houthi contro le navi saudite, avviato il 20 luglio, sta complicando lo scenario. Bab el-Mandeb, infatti, collega il Golfo di Aden al Mar Rosso e costituisce l'accesso meridionale al Canale di Suez. In altre parole, rappresenta il collegamento naturale tra l'Oceano Indiano e il Mediterraneo. Se Hormuz è la porta d'uscita del petrolio del Golfo Persico, Bab el-Mandeb è il corridoio (qualcuno lo chiama "il secondo rubinetto del commercio mondiale") attraverso il quale gran parte di quel petrolio (il 12%), insieme a un'enorme quantità di merci (un altro 12%) raggiunge Europa, Nord Africa e Mediterraneo. 

Il petrolio scende?

Le due "strozzatura", in tutti i sensi (nel punto più stretto Hormuz misura 33 km, Bab el-Mandeb 26 chilometri) stanno determinando un'altalena paurosa di prezzi del petrolio: il Brent oggi viaggia su 79,5 dollari al barile e il Wti a 74,9 dollari sulla scia dello spiraglio apertosi poche ore fa di un negoziato tra Iran e Oman su Hormuz e di un "possibile accordo" sbandierato da Trump, alla firma già oggi. 

Riflessi sulle merci

Una "volatilità" di prezzi che, com'è ovvio, ha riflessi pesanti sulle merci. Sul fronte agroalimentare, per esempio, le stime della Banca mondiale parlano di fertilizzanti in aumento del 31% e di urea impazzita che viaggia con rincari compresi tra il +50% e il +80%. La Fao stima gli aumenti dei cereali a +0,8%  e del riso a +1,9%. Secondo Ismea, la semola e la pasta salgono del 5/8% all'ingrosso e del +4/7% al consumo (Ismea). Le turbolenze a Bab el-Mandeb hanno portato i fertilizzanti al +35% nei prezzi stimati per l'Africa visto che la chiusura costringe le navi a rotte alternative che costano 10 giorni di navigazione in più via Capo di Buona Speranza. 

Questo perchè Bab el-Mandeb non è importante soltanto per il petrolio: è una delle principali arterie commerciali tra Asia ed Europa. Da qui, per il comparto agroalimentare, transitano cereali, oli vegetali, mangimi, fertilizzanti, caffè, tè, spezie, frutta tropicale, prodotti refrigerati e surgelati. 

Se va avanti così, secondo le analisi di JPMorgan, ogni ulteriore mese di interruzione significativa dei traffici potrebbe aggiungere 7-8 dollari al barile al prezzo del Brent che, secondo il Centro studi Unimpresa, ha raggiunto con il Wti, un livello vicino o sotto la soglia psicologica di 80 dollari al barile: ciò, secondo gli esperti, potrebbe rappresentare un’anticipazione della media che il mercato registrerà nel trimestre agosto-ottobre. 

Scenario ottimista

E se, invece, le tensioni nell’area dovessero tradursi in un ulteriore rialzo del prezzo del petrolio?  "Il vero rischio -  brucia gli entusiasmo Giuseppe Rigano, executive Partner dello studio legale WST Law & Tax - è che uno shock energetico prolungato alimenti un clima di maggiore incertezza economica. Non a caso, la Banca d'Italia nel Bollettino economico di luglio 2026, evidenzia come le tensioni geopolitiche stiano già incidendo sulle prospettive di crescita dell'economia italiana: anche la BCE continua a indicare l'energia tra i principali fattori di rischio per inflazione e investimenti. Nella stessa direzione va l'ultimo Oil Market Report dell'IEA, l'International Energy agency, che rileva come la produzione mondiale di giugno risultasse ancora inferiore di circa 9,4 milioni di barili al giorno rispetto ai livelli precedenti al conflitto".

"In questo contesto - aggiunge l'esperto - sarebbero maggiormente esposte le imprese italiane ad alta intensità energetica e quelle fortemente integrate nelle filiere internazionali, soprattutto nei comparti della chimica, dell'agroalimentare, della siderurgia, della ceramica, della logistica e della manifattura esportatrice, con particolare impatto sui distretti industriali del Nord Italia".

Scenario pessimista

Nello scenario più estremo, con la chiusura degli Stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb, quali sarebbero le principali criticità? "Le più recenti analisi di UNCTAD-UN Trade Development - spiega Rigano -  evidenziano che eventi di questo tipo producono effetti destinati a protrarsi ben oltre l'emergenza, incidendo sui costi logistici, assicurativi e sulla stabilità delle catene di approvvigionamento. In questo contesto assumerebbero particolare rilievo non solo le clausole di forza maggiore, ma anche quelle di hardship, oggi sempre più utilizzate nella contrattualistica internazionale per consentire la rinegoziazione dell'equilibrio economico del contratto anziché la sua risoluzione. È proprio questa l'impostazione recepita dalle più recenti ICC Force Majeure and Hardship Clauses, che privilegiano la continuità del rapporto contrattuale e la riallocazione del rischio tra le parti".

Fc - 62053

EFA News - European Food Agency
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