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CLARA MOSCHINI

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Intesa SP/Centro Einaudi: oltre il 65% degli italiani teme per il suo reddito futuro

Indagine sul risparmio: cala la propensione al risparmio e domina l'ignoranza finanziaria

La fiducia negli strumenti digitali è il vero spartiacque: circa un terzo degli intervistati non si fida affatto e solo uno dichiara di fidarsi «molto».

Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi hanno presentato l’Indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2026. Alla presentazione hanno preso parte Gian Maria Gros-Pietro (Ppresidente di Intesa Sanpaolo), Gregorio De Felice (Chief Economist della Banca), Giuseppe Russo e Stefano Firpo (rispettivamente, Direttore e membro del Comitato Direttivo del Centro Einaudi). La ricerca, condotta su un campione di 1.800 capifamiglia titolari di un conto corrente, analizza le dinamiche degli investimenti finanziari delle famiglie italiane e ne mette in luce i comportamenti e le opinioni. L’edizione 2026 è accompagnata da un focus che indaga sulla relazione tra investitori e tecnologia, realizzato attraverso un sovracampionamento di 300 individui.

L’84% degli intervistati dichiara piena indipendenza finanziaria, con un divario di genere (86% gli uomini, 82 le donne); la distribuzione per età segnala le difficoltà dei più giovani (è indipendente il 47% dei 18-24enni) rispetto agli adulti più maturi (88% dei 55-64enni). Si ritiene soddisfatto del reddito corrente il 52% del campione, mentre è meno ottimista il giudizio sul tenore di vita dei prossimi dieci anni (solo il 34% si attende un reddito sufficiente).

Anche nel 2026 più della metà degli intervistati è riuscita a risparmiare (56%, dal 58% del 2025). Si accantona mediamente l’11,9% del reddito disponibile, in linea con il 2025: risparmiano oltre la media i laureati (14,9% del reddito) e i lavoratori indipendenti (circa 20%).

Risparmiare è giudicato indispensabile dal 28% del campione, un livello prossimo ai massimi storici. Prevale la motivazione precauzionale (40%), seguita da pensione (19%), casa (19%) e figli (11%). È significativo l’aumento del risparmio destinato all’investimento: 6% del campione, sopra i livelli pre-pandemici.

Le entrate familiari sono attese stabili. Guardando invece alle prospettive dell’economia nazionale e internazionale, il saldo tra aspettative di miglioramento vs. peggioramento è negativo e sfiora il 90%. Per la prima volta, il pessimismo sul contesto nazionale eguaglia quello geopolitico: una percezione che non trova riscontro nelle condizioni dell’economia italiana, ad indicare che il clima internazionale ha influenzato, anche emotivamente, il giudizio interno.

Volatilità, scenari tariffari, inflazione inattesa e tensioni geopolitiche hanno inciso sul livello di allerta dei risparmiatori: il ratio di avversione al rischio ha toccato nel 2026 quota 33,6, la più elevata mai raggiunta (era pari a 8,1 nel 2017; 15,1 nel 2024; 20,5 nel 2025). La disaggregazione per categorie rivela un paradosso generazionale: i 18-24enni risultano in assoluto i più avversi al rischio (84 intervistati contrari a correre rischi per 1 favorevole), l’opposto di quanto prevederebbe la teoria del ciclo di vita. È la generazione degli “scarring” multipli (ossia il sovrapporsi di ferite profonde come la pandemia, il trauma inflazionistico, le crisi geopolitiche): informata ma incapace di tradurre il sapere in fiducia. Guardando alle altre categorie, le donne mostrano un’avversione al rischio assai più pronunciata degli uomini (41,9 contro 27,6), anche se sono i disoccupati (113,9) e i meno istruiti (111,4) a toccare i valori di picco.

La preferenza per la liquidità aumenta al crescere dell’incertezza percepita. Se nel 2019 la tutela del capitale rappresentava ancora una netta priorità per i risparmiatori italiani (62,2%), nel 2026 questa scelta scende, per la prima volta, sotto la soglia della maggioranza assoluta (48,8%); sale invece l’orientamento verso gli strumenti liquidi (18,7%). È la lezione dell’inflazione: tenere i risparmi fermi sui conti ha significato perdere potere d’acquisto.

Quasi il 72% di chi investe ha portafogli scarsamente o per nulla diversificati, esattamente il contrario di quanto la teoria economica raccomanda: l’avversione al rischio dichiarata coesiste, paradossalmente, con la sua concentrazione. Pesa, da questo punto di vista, anche un’alfabetizzazione fragile: solo il 36% degli intervistati sa che un fondo azionario è meno rischioso di una singola azione.

Per quanto riguarda la tecnologia, la fiducia negli strumenti digitali è il vero spartiacque: circa un terzo degli intervistati non si fida affatto e solo uno dichiara di fidarsi «molto». La preoccupazione dominante è la sicurezza: il rischio di truffe e la protezione dei dati sono citati dal 76,5 per cento, prima della perdita di controllo (45,1). Un quarto del campione ha già avuto esperienza, diretta o indiretta, di truffe online.

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