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CLARA MOSCHINI

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Nomisma: l'agroalimentare italiano strategico, ma affetto da nanismo

Report per Centromarca e Ibc/Allegati

Il Covid-19 si è abbattuto anche su questo settore: per il 62% delle aziende l’anno si chiuderà con una contrazione delle vendite (e per il 38% delle imprese sarà superiore al 15%).

L’industria alimentare guarda al fine anno con forti preoccupazioni. Lo evidenzia il Rapporto L’industria alimentare italiana oltre il Covid-19 redatto da Nomisma per Centromarca e Ibc, presentato oggi da Paolo De Castro, del Comitato scientifico Nomisma) e Denis Pantini, responsabile agroalimentare di Nomisma, con interventi di Francesco Mutti, Presidente di Centromarca, e Alessandro d'Este, Presidente Ibc e ad Ferrero Commerciale. Ai quali si è aggiunto anche il contributo della Ministra Teresa Bellanova.

Per effetto delle dinamiche innescate dal lockdown (tra cui il sostanziale blocco dell’Horeca, i cui consumi valgono il 34% del totale food&beverage Italia) e delle incertezze legate all’evoluzione dell’emergenza sanitaria, solo il 20% delle aziende prevede nel 2020 un incremento del fatturato in Italia e all’estero. Per il 15% il turnover sarà in linea con l’anno precedente, mentre per il 62% l’anno si chiuderà con una contrazione delle vendite (superiore al 15% per il 38% delle imprese). 

I dati sull’andamento del giro d’affari confermano la previsione: -9,5% ad aprile (sullo stesso mese 2019), -5,8% a maggio e -1,1% sia a giugno che a luglio.  Nomisma fotografa gli effetti del lockdown su un settore industriale di rilevanza strategica per il Paese, che contribuisce in modo importante al sostegno dell’economia nazionale e che - alla luce della propria anticiclicità – si rivela indispensabile nei momenti di crisi. L’industria genera il 20% del valore aggiunto della filiera alimentare. Tra il 2008 e il 2019 il valore aggiunto espresso dalle aziende di trasformazione è cresciuto del 19% (mentre la manifattura nel suo insieme si è fermata al 7%); l’occupazione del 2% a fronte di una riduzione del -13% del settore manifatturiero. Tra il 2009 e il 2019 le esportazioni sono aumentate a valore dell’89%. 

"Dovrebbe far riflettere che un settore, spesso portato a esempio di eccellenza, sia riuscito a crescere nonostante l’assenza di un reale disegno di politica economica che consentisse alle aziende di irrobustirsi, rinnovarsi e quindi di esprimere pienamente il loro potenziale competitivo", ha commentato Mutti. "Ora gli effetti dell’emergenza coronavirus si aggiungono alle criticità esistenti e diventa improrogabile il varo di un piano pluriennale che consenta al settore di sostenere la crisi e concentrarsi. In particolare - ha precisato il presidente di Centromarca - occorre lavorare sulla crescita della competitività, soprattutto per far crescere l'export, abbattere la burocrazia e favorire la crescita della dimensione aziendale: fa impressione che solo lo 0,2% delle aziende realizzano oltre il 50% del nostro export alimentare". 

In effetti il Rapporto, che ha coinvolto 200 aziende ed è stato pubblicato da Egea, fotografa un comparto ancora polverizzato, costituito essenzialmente da imprese di piccole dimensioni, che affrontano con difficoltà il mercato globale. Meno di ottomila aziende su 56mila hanno più di nove addetti. Mancano strategie di branding, piani per l’internazionalizzazione, progetti per l’integrazione delle tecnologie digitali. "Per l’industria alimentare la priorità è crescere dimensionalmente senza perdere quelle caratteristiche di eccellenza che fanno la differenza sul piano competitivo, ha confermato Alessandro d’Este. "Lo conferma il fatto che 49 realtà produttive, con un giro d’affari di superiore ai 350 milioni di euro, sviluppano il 36% del fatturato del settore, il 52% dell’export, il 34% del valore aggiunto e concentrano il 23% degli occupati".  

La ricerca ha confermato l’importanza dell’industria di trasformazione alimentare, come si è visto nei primi sette mesi di quest’anno. In uno dei momenti più difficili nella storia dell’economia italiana, le vendite al dettaglio di prodotti alimentari (+3,3% rispetto al -17,6% degli altri prodotti rispetto al periodo gennaio-luglio 2019) hanno sostenuto anche l’attività della gdo (+4,4% contro un valore delle vendite complessive nello stesso canale del -4%) e delle piccole superfici (+3,9%), un format, quest’ultimo, che negli ultimi cinque anni ha costantemente registrato cali di fatturato. Anche sul fronte dell’export, i primi sette mesi evidenziano ancora un risultato cumulato positivo per l’alimentare italiano (+3,5%) a fronte di un crollo complessivo di tutte le esportazioni, pari al -14%, sebbene aprile e maggio abbiano registrato cali sensibili (rispettivamente -1 e -12%). 

"Le diverse modalità adottate nel mondo, nei tempi e nell’applicazione del lockdown, hanno determinato performance differenti nell’export dei nostri prodotti, penalizzando principalmente quelli venduti nel canale Horeca», sottolinea Denis Pantini, curatore del Rapporto. "Si spiegano così, per esempio, il -4% nell’export di vino e, all’opposto, il +25% della pasta italiana o il -7,8% dell’export alimentare francese contro il +2,7% di quello spagnolo". 

In allegato l'Executive Summary e le slide del Report presentate oggi.

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