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CLARA MOSCHINI

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La storia di Ciro, il pizzaiolo che ha detto no alla camorra

Intervista al trentenne che ha portato in Lombardia le migliori pizze napoletane

Una storia imprenditoriale difficile, sofferta, ma piena di buoni propositi per il futuro. È quella di Ciro Di Maio, titolare di “Pizza Madre” a Brescia.

Frattamaggiore è un comune del napoletano di cui si occupa più la cronaca giudiziaria che non quella enogastronomica. Trentamila abitanti, povertà diffusa e la camorra come unica via per arrivare a fine mese. Nel 1990 è qui che nasce Ciro Di Maio. Mamma casalinga, papà che oscilla tra lavoretti senza futuro e le sirene della malavita, sorelle che si portano a casa il lavoro da calzolaie per pagare le bollette. Si iscrive all’istituto alberghiero, ma a 18 anni lascia gli studi. Il rischio che la camorra lo inghiotta è alto e lo sa bene il padre Eugenio, a causa del suo passato ma che con tutte le sue forze, con grande coraggio e rischio è riuscito ad abbandonare quel mondo per fare crescere i suoi figli lontano dai soldi facili e le minacce, abbracciando la fede e l’estrema povertà. “Mio padre è cambiato completamente per salvare la sua famiglia. Ha rischiato la sua vita per noi. Ha scelto di farci vivere in povertà proprio per non farci tentare dalla ricchezza, l’esca della camorra per tanti ragazzi”. Nel 2015 la svolta, quando Ciro trova per caso un lavoretto da pizzaiolo per un locale di Rossopomodoro a Brescia. La catena decide di lasciare la gestione a sei soci; tra di loro c’è anche Ciro, che a poco a poco compera le quote degli altri e riassume i colleghi che rischiavano di restare senza lavoro. Inizia così l’avventura “Pizza Madre”, il suo locale a Brescia che oggi impiega una quindicina di persone ed è noto per la veracità delle sue pizze, ma anche per il suo menù alla carta di alta cucina. Sono partito con 350 euro in tasca, ora i calciatori del Brescia vengono a cena da me”, ci dice. Gli abbiamo chiesto di raccontarci meglio la sua storia e, soprattutto, i suoi progetti per il futuro.

Come si è avvicinato al mondo della pizza?

Iniziai a soli 14 anni in un ristorante, indirizzato dal mio professore di cucina. Dopo i primi due anni, un amico mi segnalò che in zona c’era un pizzaiolo alla ricerca di un apprendista. Colsi subito la palla al balzo, il proprietario mi prese a cuore e mi insegnò tanto. 

Perché ha scelto proprio questo settore?

A trasmettermi l’amore per la cucina fu mio padre che tutte le domeniche mi portava dalle suore di Madre Teresa a cucinare per i poveri.

Che riscontro ha avuto dai suoi clienti?

Inizialmente ho fatto fatica perché nessuno mi conosceva, ma dopo qualche anno ho iniziato a vedere qualche piccolo risultato. Anche alcuni personaggi famosi sono passati a mangiare da me, credo per la semplicità e la freschezza degli ingredienti.

Come si è organizzato per questi mesi di chiusura?

È difficile organizzarsi con una situazione così instabile e senza precedenti. Cerco di organizzarmi giorno dopo giorno, ma le poche pizze vendute non riescono nemmeno a coprire le spese.

Quanto ha danneggiato il Covid-19 la sua attività?

La mia attività cresceva stabilmente anno dopo anno, ma con il Covid-19 la situazione è precipitata. Sono stato danneggiato tantissimo, così come la ristorazione in generale. Purtroppo è un evento che nessuno avrebbe potuto prevedere. 

Ha dovuto rivedere i suoi piani? Se sì, come?

Sì, avevo in mente di aprire un altro locale quest’anno ma fortunatamente non avevo ancora avviato gli investimenti. 

Come intende proseguire l’attività?

Per ora prendo decisioni di volta in volta, in base all’evoluzione dell’emergenza sanitaria e ai relativi Dpcm, sempre nel rispetto della legge. Per il futuro intendo rivedere il menù, per usare meno ingredienti e dare più spazio a quelli freschi, alle verdure che la nostra terra ci offre. Anche nelle situazioni drammatiche infatti dobbiamo trovare il lato positivo: questo virus ci sta insegnando a rivedere la nostra vita e le nostre scelte, stringendo la cinghia e lasciandoci alle spalle sfarzi e sprechi.

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