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CLARA MOSCHINI

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Ora francesi e inglesi ci copiano il tartufo bianco

Tuber magnatum Pico potrebbe essere prodotto in GB grazie alla scoperta di scienziati francesi

In gioco c’è un business stimato in oltre mezzo miliardo di euro sull’intera Penisola italiana, con prezzi per il tartufo bianco che quest'anno sono arrivati fino a 3mila euro al chilogrammo per le pezzature più piccole

Solo una manciata di giorni fa l'annuncio: in una conferenza-stampa venivano presentati in anteprima mondiale i risultati di 9 anni di ricerca congiunta tra il centro di ricerca francese INRAE ed i vivai Robin, durante i quali sono state realizzate in Francia le prime piantagioni per la coltivazione del tartufo bianco pregiato, utilizzando piantine preventivamente micorrizate con Tuber magnatum. La reale persistenza del tubero in queste piantagioni è stata verificata dopo tre/otto anni dalla loro realizzazione e, in una di esse, i primi tartufi sono stati raccolti nel 2019, quattro anni e mezzo dopo la messa a dimora delle piantine micorrizate. "I risultati scientifici di questo lavoro -recitava una nota di tre giorni fa- sono stati pubblicati il 16 febbraio sulla rivista Mycorrhiza. La produzione di corpi fruttiferi di T. magnatum in una piantagione al di fuori della sua area di distribuzione naturale è una prima mondiale ed apre la strada allo sviluppo della coltivazione di questo tartufo in Italia, ma anche altrove nel mondo". 

La notizia aveva anche scatenato l'entusiasmo di Joël Giraud, segretario di Stato francese per gli affari rurali: “In veste di ex-deputato delle Hautes-Alpes e membro del governo incaricato della difesa dei territori rurali, ci tenevo a complimentarmi per questa prima mondiale. È una perfetta illustrazione della capacità di innovazione delle zone rurali, che il governo sostiene e incoraggia”, aveva dichiarato. Ricordiamo che Il Tuber magnatum Picoconosciuto come Tartufo Bianco pregiato d’Italia o Tartufo Bianco pregiato d’Alba, è il tartufo più raro e costoso. Viene raccolto esclusivamente in ambiente boschivo in Italia ed in alcuni altri Paesi europei (nella penisola balcanica, più raramente in Svizzera e nel sud-est della Francia), ma l'offerta spesso non riesce a soddisfarne l'elevata domanda a livello globale. 

Di oggi invece l'allarme di Coldiretti, che in un comunicato allarga la questione fin nei confini del Regno Unito: "Con la Brexit gli inglesi hanno iniziato a copiare in laboratorio il pregiato Tartufo Bianco che potrebbe presto sostituire sulle tavole britanniche quello italiano, che al contrario cresce spontaneamente". Il pregiato Tuber magnatum Pico "potrebbe essere prodotto in Gran Bretagna grazie alla scoperta degli scienziati dell'Istituto nazionale francese per la ricerca sull'agricoltura, l'alimentazione e l'ambiente (INRAE) che nei propri laboratori avrebbero affinato l’arte di coltivarlo. I funzionari hanno detto che un lotto di alberelli di quercia di tartufo bianco è stato già portato nel Regno Unito nel tentativo di avviarne la produzione".

Una novità che desta preoccupazione – rileva dunque Coldiretti – poiché il tartufo bianco è quello che finora poteva essere solo trovato in natura, raccolto esclusivamente in ambiente boschivo in Italia ed in alcuni Paesi dei Balcani. Anche se i terreni britannici, calcarei e umidi, sarebbero particolarmente adatti per consentirne la coltivazione secondo gli scienziati, è auspicabile che i tuberi "copiati" e prodotti negli impianti abbiano comunque una etichettatura apposita, per evitare di ingannare i consumatori e aumentare i rischi della vendita sul mercato di importazioni low-cost spacciate per italiane, magari come pregiato tartufo bianco tricolore. "Un fenomeno contro il quale non a caso Coldiretti è impegnata a chiedere la tracciabilità delle transazioni e l’indicazione obbligatoria dell’origine. "In gioco c’è un business stimato in oltre mezzo miliardo di euro sull’intera Penisola, con prezzi per il tartufo bianco che quest 'anno sono arrivate fino a 3mila euro al chilogrammo per le pezzature più piccole".

In attesa di capire se i tentativi inglesi di produrre il pregiato tubero andranno a buon fine, i problemi più immediati per la filiera del tartufo italiano restano però quelli legati all’emergenza Covid, con la chiusura del canale della ristorazione che rappresenta di fatto il principale sbocco di mercato, con la conseguente paralisi delle vendite. Ma a pesare sono state anche le limitazioni imposte dalle misure di prevenzione che hanno – continua l'associazione dei coltivatori diretti– ostacolato l’organizzazione delle tradizionali mostre, sagre e manifestazioni dedicate al tartufo. Un danno gravissimo, considerata anche la deperibilità del prodotto fresco, che colpisce i circa 100.000 raccoglitori ufficiali presenti sul territorio nazionale, dal Piemonte alle Marche, dalla Toscana all’Umbria, dall’Abruzzo al Molise, ma anche nel Lazio e in Calabria. Ma il tartufo svolge anche una funzione economica a sostegno delle aree interne boschive dove rappresenta una importante integrazione di reddito per le comunità locali, con effetti positivi sugli afflussi turistici come dimostrano le numerose occasioni di festeggiamento organizzate in suo onore.

Il tartufo è un fungo che vive sotto terra ed è costituito in alta percentuale da acqua e da sali minerali assorbiti dal terreno tramite le radici dell’albero con cui vive in simbiosi. Nascendo e sviluppandosi vicino alle radici di alberi come il pino, il leccio, la sughera e la quercia, il tartufo, deve le sue caratteristiche (colorazione, sapore e profumo) proprio al tipo di albero presso il quale si è sviluppato. La forma, invece dipende dal tipo di terreno: se soffice il tartufo si presenterà più liscio, se compatto, diventerà nodoso e bitorzoluto per la difficoltà di farsi spazio.

"Questi doni della natura sono noti per il loro forte potere afrodisiaco e in cucina – conclude Coldiretti –; il bianco (Tuber Magnatum Pico) va rigorosamente gustato a crudo su noti cibi come la fonduta, i tajarin al burro e i risotti, e per quanto riguarda i vini va abbinato con i grandi vini rossi".

CTim - 17158

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