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CLARA MOSCHINI

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Boom degli aperitivi tra le mura domestiche

Ismea-Nielsen: il lockdown fa salire a doppia cifra il consumo di birra e spirit

La voglia di convivialità e di ricompensa in un periodo di sacrifici e rinunce spinge gli acquisti di bevande alcoliche tra le mura domestiche. La conferma arriva dal consumo di spumanti, birra e aperitivi che, nei primi nove mesi di questo travagliato 2020, hanno registrato un’impennata con aumenti a doppia cifra: +12,1% per gli spumanti, +11,1% per la birra e +10,5% per gli aperitivi. Questo almeno secondo i risultati dell’indagine condotta da Ismea-Nielsen, che attesta anche la vivace domanda per i vini fermi che, da gennaio a settembre 2020, ha fatto segnare un aumento del 7%.

L’andamento complessivo della spesa procede a ritmo sostenuto, sottolinea l’Ismea, nonostante il parziale ritorno alla normalità dei mesi estivi e la riapertura del canale ristorazione abbiano leggermente smorzato la spinta ai consumi in casa riscontrata durante il lockdown. I dati Ismea indicano un incremento della spesa domestica in valore del 7% rispetto ai primi nove mesi del 2019, dopo il +9,3% messo a segno nel primo semestre del 2020: le nuove restrizioni adottate a partire da settembre, a seguito dell’escalation dei contagi, lasciano prevedere nuovi incrementi di tale portata che il 2020 sembra destinato a chiudersi segnando il livello record di spesa domestica degli ultimi dieci anni.

Le dinamiche restano, comunque, positive per tutte le referenze a eccezione delle acque, le cui vendite si fermano ai livelli del 2019 (+0,1%). Segni più di rilievo interessano, oltre agli alcolici, la categoria dei proteici di origine animale, al cui interno i comparti più dinamici sono le uova (+16,1%), le carni suine (+14%), in un contesto molto positivo anche per le carni avicole (+9%), le bovine (+7,3%) e l’aggregato dei salumi (+8%).

Per i lattiero caseari le vendite dei primi nove mesi 2020 sono risultate in netto incremento rispetto a quelle del 2019, con un +8,4%, sintesi del +12,5% dell’insieme dei formaggi e del +5,1% del latte, a cui ha però contribuito solo il latte Uht (+9,5%). Frutta e ortaggi chiudono i primi 9 mesi con un incremento della spesa rispettivamente del 11% e dell’8,4% su basa annua.

In genere è la spesa alimentare domestica delle famiglie ad avere avuto una risalita interessante. I dati Ismea-Nielsen hanno evidenziato, nel mese di marzo 2020, un +18% rispetto a marzo 2019. Poi, nei mesi di aprile e maggio, le vendite sono proseguite con crescite a doppia cifra (+11% e +14%): a giugno, con il graduale ritorno alla normalità, il trend positivo si è leggermente affievolito attestandosi comunque a +7%, facendo sì che il secondo trimestre si chiudesse con un incremento di spesa medio dell’11%, dopo il +7% registrato nel primo trimestre. A luglio la spinta espansiva sembrava orientarsi decisamente verso i valori normali (solo +1,5%), ma ha ripreso leggero vigore in agosto e settembre (+3,8% e +4%), portando la spesa del terzo trimestre a +3%. A inizio ottobre la spesa cumulata da inizio anno segna ancora un +7%. A fare da traino per tutto il periodo i prodotti a largo consumo confezionato (+7,8%), ma anche per i prodotti freschi sfusi la spesa è stata nel complesso positiva (+4,9%). Sullo scontrino, le bevande tornano a pesare l’11,7% del totale, registrando aumenti di spesa nel periodo cumulato gennaio-settembre del 5,8%, dopo avere ridimensionato il proprio peso fino al 10,7% nel secondo trimestre.

Tra i canali di vendita la pandemia ha favorito il ricorso ai piccoli esercizi di prossimità e all’e-commerce che in passato avevano un peso marginale, penalizzando invece gli ipermercati, spesso inseriti all’interno di centri commerciali dove la chiusura nei negozi ha disincentivato la frequentazione dei consumatori. In relazione alla scelta dei canali distributivi, il prevalente resta quello dei supermercati con uno share del 42% e un trend positivo del 9%. Di pari entità la crescita della spesa nei discount (+9%) con uno share di mercato in tenuta e pari al 14%. Il trend del canale di vendita negozi tradizionali, secondo Ismea-Nielsen, pur rappresentando ancora solo il 12% dello share, ha registrato un ragguardevole incremento (+18,4%). Particolarmente penalizzati sono risultati invece gli ipermercati, spesso localizzati all’interno dei centri commerciali dove la chiusura di tutti gli altri negozi ha disincentivato ulteriormente i consumatori a recarvisi: -1,1% le vendite complessive da gennaio a settembre. 

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