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CLARA MOSCHINI

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Genagricola, un modello di rispetto del territorio

Esclusivo: intervista con l'ad, Igor Boccardo

L'azienda agricola controllata dal Gruppo Generali è la più grande d'Italia.

È la più estesa azienda agricola italiana: 8000 ettari coltivati sul territorio nazionale, sommando 25 aziende, a cui se ne aggiungono altri 5000 in Romania; il personale dipendente supera le 350 unità e il fatturato raggiunge i 50 milioni di euro/anno. Stiamo parlando di Genagricola, una realtà produttiva fondata a Trieste nel 1851, controllata dal Gruppo Assicurazioni Generali, oggi impegnata nella coltivazione di seminativi, in viticoltura, nella produzione di energia rinnovabile, nell’allevamento del bestiame con numeri davvero imponenti: 900 sono gli ettari vitati che permettono di ottenere ogni anno 4 milioni di bottiglie e 4000 sono le tonnellate di grano duro prodotte, a cui si aggiungono 43 mila tonnellate di barbabietole da zucchero. Due sono gli impianti per la produzione di energia elettrica da biogas che possono alimentare le abitazioni di 6000 famiglie e oltre 8000 i capi di bestiame allevati tra vacche, bufale e suini.

Abbiamo incontrato Igor Boccardo, da settembre 2019 amministratore delegato di Genagricola.

Dottor Boccardo, quando parliamo di Genagricola possiamo parlare di un “modello” produttivo particolare?

“Se per modello intendiamo il rispetto del territorio assolutamente sì. Sono infatti convinto che tutto deve partire da qui e solo attraverso questo percorso si possono raggiungere elevati livelli di produttività che però, ci tengo a sottolinearlo, devono mettere al primo posto il rispetto sia del territorio che delle persone che lo lavorano. Questo può essere considerato il modello Genagricola. Il fatto di essere la più grande azienda agricola italiana rappresenta per noi una grande responsabilità che impone anche un cambiamento su come lavorare all’interno del vasto concetto legato alla sostenibilità. Un cambiamento che dobbiamo avviare soprattutto per le giovani generazioni, convinti come siamo che si possa fare agricoltura estensiva esattamente come la stiamo facendo noi. Dal 2018 tutta la Sau (superficie agricola utile, ndr) coltivata è mappata con sistemi satellitari per stabilire interventi mirati, applichiamo un controllo ferreo per ridurre l’utilizzo dei carburanti e abbiamo avviato un processo di circolarità delle nostre attività che nel 2022 ci porterà a presentare il nostro primo bilancio di sostenibilità”.

Come si possono coniugare in una grande realtà come Genagricola i principi di tradizione e innovazione tecnologica?

“Partiamo col dire che le due cose non sono antitetiche, soprattutto perché la tradizione è la nostra storia, quella che ci ha permesso di evolverci e arrivare a oggi con le nostre dimensioni e il nostro concetto di innovazione. La grande opportunità della tecnologia è quella di poter fare le cose meglio di prima, più velocemente in maniera spesso più semplice senza derogare mai da quel rispetto del territorio cui accennavo prima”.

L’innovazione tecnologica nell’agrifood è in forte ascesa. Su quale tipo di innovazione in particolare si sta concentrando Genagricola?

“La nostra attività non si è ancora allargata alla trasformazione ed è quello che intendiamo fare. Per ora siamo concentrati sull’ottimizzazione del lavoro nei campi attraverso l’adozione dei sistemi legati all’agricoltura di precisione, all’utilizzo di trattori a guida satellitare, al rispetto delle persone, dei nostri lavoratori che, tanto per citare un particolare non di poco conto, sono tutti dotati di un cellulare aziendale con un applicativo che si allerta immediatamente nel malaugurato caso si verificasse un infortunio e/o un incidente”.

Quali sono quindi i vostri obiettivi più immediati?

Come dicevo prima puntiamo alla trasformazione dei prodotti che coltiviamo proprio per dare maggiore valore al territorio da cui provengono. Per ora produciamo solamente vino, ma stiamo lavorando a un progetto dedicato alla birra artigianale da produrre con il nostro orzo; abbiamo in cantiere anche idee sulla produzione di olio e miele che, riguardo quest’ultimo, importiamo dall’estero per circa il 50% del fabbisogno nazionale. Il concetto di fondo però è che per competere e promuovere le nostre eccellenze c’è bisogno di uno scatto culturale che favorisca un allargamento del mercato utilizzando le forze di tutti. L’idea che si conquistino quote di mercato sottraendole agli altri è sbagliata. È vero il contrario, è vero un sistema in cui le informazioni circolano e sono condivise. Come ho detto, si tratta di uno scatto culturale, e le basi perché si realizzi ci sono”.

amo - 18119

EFA News - European Food Agency
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