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CLARA MOSCHINI

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Gli integratori alimentari recuperano la fatica Covid

Per Intesa SP a livelli pre-pandemia, +8,6% export 1* trim

Gli integratori alimentari recuperano la fatica del Covid. Il comparto in Italia nel primo trimestre 2021 ha già recuperato i livelli pre-pandemia. Nel periodo considerato l'avanzo commerciale ha sfiorato i 150 milioni di euro, in aumento di 8 milioni rispetto al primo trimestre 2019. E' quanto emerge dalla sesta indagine della filiera realizzata dalla Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo. 

Il settore degli integratori alimentari negli ultimi anni, a livello globale, ha avuto una forte crescita: si è passati da un fatturato complessivo di 21 miliardi di dollari nel 2007 ai 45 miliardi del 2019 (+113%). In questo quadro, risulta buona la posizione dell'Italia tra i Paesi esportatori: nel 2019 il nostro Paese si posiziona all'ottavo posto con 1,25 miliardi di euro di export, detiene una quota di mercato pari al 3,1% e realizza un saldo commerciale ampiamente positivo (625 milioni). Il settore ha mostrato una buona resilienza durante la pandemia. L'export italiano ha contenuto le perdite al 4,2% nel 2020 (contro il -9,7% del totale economia) ma, soprattutto, ha registrato un rimbalzo nel primo trimestre 2021, evidenziando un aumento dell'8,6% (+4,6% il totale economia), al di sopra anche dei livelli registrati a inizio 2019 e meglio dei competitor francesi e tedeschi. 

Secondo l'indagine, dietro questi numeri c'è un nucleo di imprese altamente competitive. Quasi sei imprese su dieci sono state costituite dopo il 2000, proprio in corrispondenza dell'emergere di un surplus commerciale nel settore. Si tratta di imprese di gran lunga più dinamiche rispetto al resto dell'economia italiana e con livelli di marginalità di eccellenza. Le imprese specializzate nella produzione di integratori alimentari nel 2019 hanno mostrato un margine Ebitda pari al 14,6%, due punti percentuali in più rispetto al 12,6% della farmaceutica e sei punti in più rispetto al manifatturiero. Questo, secondo la ricerca, si spiega per la maggiore propensione di queste aziende a investire in leve immateriali - innovazione in primis - e a valorizzare il capitale umano, oltrechè con la presenza di filiere di fornitura ben radicate nel territorio. 

L'incidenza delle immobilizzazioni immateriali e' infatti pari a 3,5% tra le imprese di produzione di integratori alimentari, cinque volte tanto i valori registrati nella media del manifatturiero italiano. Il valore aggiunto per addetto è pari a 88mila euro tra le imprese di produzione del settore (nel manifatturiero ci si ferma a 53mila). Il buon posizionamento strategico è accompagnato da solidità finanziaria e patrimoniale: l'incidenza delle disponibilità liquide sull'attivo è salita all'8,4% (dall'1,5% del 2008) e il patrimonio netto ha un peso del 37% sul passivo (dal 21% del 2008). Si tratta dunque di aziende che hanno le risorse per mantenere alto nei prossimi anni l'impegno in termini di investimenti.

gva - 19636

EFA News - European Food Agency
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