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CLARA MOSCHINI

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Anche nel 2026 la casa sarà il "luogo del cibo"

Survey Coop: cresce l’home cooking e aumenta il delivery. Umore grigio nel largo consumo/Allegati

Molta disillusione e poco entusiasmo. Gli italiani che si affacciano sul 2026 sembrano immergersi in un bagno di realtà che li mette a diretto contatto con un mondo ostile dove i conflitti bellici, le diseguaglianze sociali, il climate change sono moneta corrente e influenzano pesantemente l’economia (tornano di moda i beni rifugio e gli investimenti più remunerativi sono materie prime e terre rare, azioni delle aziende della difesa e l’oro). 

È questa l’istantanea degli italiani scattata dalle due survey dell’Ufficio Studi Coop condotte a dicembre 2025: la prima su un campione rappresentativo della popolazione italiana in collaborazione con Nomisma e la seconda tra gli opinion leader iscritti alla community del Rapporto Coop. La maggioranza di questi ultimi (43%) utilizza il sostantivo “turbolenza” per descrivere lo scenario 2026, il 34% sceglie “instabilità”, mentre sarà “stabile” per appena l’1%.  

La preoccupazione, la prima parola scelta dagli italiani per definire l’anno che verrà (37% del campione), viaggia di pari passo con l’insicurezza (23%) anche se, sul finire d’anno, non manca la voglia di resistere con uno su 4 che si attacca comunque tenacemente all’ottimismo (25%), e alcuni chiamano in causa persino la curiosità e la fiducia (24%). È pur vero però che le emozioni positive sono fortemente connesse alla sfera personale e familiare. 

È così per il mercato del lavoro del territorio in cui si vive (lo vede nero il 43%, solo l’11% associa positività), il fattore sicurezza (47% negativo a fronte di un 8% positivo), l’accesso ai servizi sanitari (il 48% versus 9%) e non si fanno sconti allo stato dell’economia italiana (percezione negativa al 42% contro il 21% positiva), alle criticità generate dai cambiamenti climatici (percezione negativa al 50% contro il 20% positiva). 

Comprensibile quindi attendersi un 2026 ancora difficile con l’Italia che ritorna ad essere il fanalino di coda dell’Europa con una crescita del Pil che i manager intervistati indicano appena sopra lo 0 (+0,2% a fronte di una previsione Istat di un +0,8%). 

Little Italy

In un simile contesto è difficile ipotizzare un qualche dinamismo dei consumi: gli opinion leader intervistati prevedono una crescita dello 0,3% mentre l’ultima previsione Istat è più ottimistica, ma pur sempre contenuta (+0,9%). 

Certo gli italiani sanno di dover spendere di più, ma lo faranno quasi esclusivamente per consumi di necessità: quanti pensano di spendere di più per utenze e bollette superano di 22 punti percentuali quanti sperano di pagare meno. E questo timore di spendere di più vale anche per la salute fisica (saldo +10 punti percentuali) e il cibo domestico (+9). 

La casa, il luogo del cibo 

In questa Little Italy, la casa continua ad essere il luogo del cibo. Stabile la crescita dell’home cooking (7 italiani su 10 non prevedono cambiamenti nella spesa alimentare per il consumo domestico, mentre il 20% ipotizza un aumento) e perfino il delivery torna a crescere, trascinato dalla voglia di rimanere in casa. Innovazione e più tempo tra i fornelli sono le parole chiave della tavola 2026 degli italiani, fatta di alimenti salutari, semplici, autentici. 

Chi prevede di acquistare più cibi senza conservanti e additivi, infatti, nel 2026 supera di 21 punti percentuali chi pensa di diminuirli (+14 nel 2024): la stessa differenza è di 18 punti percentuali per i cibi senza / a ridotto contenuto di zuccheri (+13 nel 2024) e di 15 per i cibi senza / a ridotto contenuto di grassi (+12 nel 2024). Nelle intenzioni degli italiani, verdura, frutta e pesce sono in aumento (chi prevede di acquistarne di più supera, rispettivamente, di 23, 21 e 9 punti percentuali chi pensa di ridurli), in netto contrasto con le previsioni di spesa per l’acquisto di carni rosse (-21) e salumi (-28).

Esce radicalizzato il mantra degli italiani degli ultimi anni che puntano al benessere a tavola associato al principio della prevenzione come comportamento oramai acquisito. Nel carrello la qualità trova il suo posto a fianco della convenienza e in questo senso si può leggere sia l’ulteriore espansione della MDD che oramai ha conquistato gli italiani (l’81% dei manager food & beverage prevede un aumento della spesa delle famiglie per alimenti e altri beni del largo consumo confezionato a Marca del Distributore) sia il rallentamento della crescita dei discount. 

Innovazione e capitale umano

Nel Largo Consumo pensando all’anno che verrà l’umore è più grigio che nero: il 12% dei manager food & beverage intervistati intravede un miglioramento, il 66% prevede stabilità, il 22% un peggioramento. Anche se le intenzioni di acquisto alimentare sono moderatamente positive se crescita sarà, sarà comunque di piccolo cabotaggio (+0,9% a valore nel 2026 rispetto al 2025) e più che compensata dall’aumento dei prezzi, tanto da tradursi in un calo dei volumi (-0,4%). 

Le speranze di migliori performance del segmento LCC sono affidate prioritariamente all’innovazione tecnologica e a crederci di più sono i manager del retail (il saldo tra chi prevede un  miglioramento e chi teme un peggioramento sul fronte dell’innovazione tecnologica è di +64 punti percentuali contro i +55 rilevati nell’industria alimentare). 

La sostenibilità ambientale resta un compromesso praticabile: il 34% dei manager food & beverage prevede un aumento dell’attenzione delle imprese di settore per questo aspetto, contro un 16% di scettici che prevede un minor impegno su questo fronte (saldo +18). 

Tra gli aspetti più critici per i manager della filiera alimentare, invece, troviamo le voci che riguardano i livelli occupazionali (saldo tra miglioramento e peggioramento di -13 punti percentuali) e, soprattutto, il costo del lavoro (-27), quello di materie prime e merci (-30, ma si arriva a -47 tra i manager del retail) ed i margini / redditività (-30).

Per vincere in un mercato food che resta molto competitivo, per le imprese del Largo Consumo le priorità su cui scommettere sono il “capitale umano” (indicato dal 49% dei manager di settore, ma si arriva al 57% nel retail), davanti a innovazione tecnologica 47% e ottimizzazione dei processi 43%. 

In allegato a questa EFA News la serie di grafici e tabelle del Rapporto Coop.

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EFA News - European Food Agency
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