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CLARA MOSCHINI

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Se la guerra continua la crescita economica in Italia è a rischio

Secondo Centro Studi Confindustria il pil potrebbe arrivare nel 2026 a -0,7%

Il prolungarsi del conflitto in Medio Oriente può compromettere la crescita dell’economia italiana. È quanto emerge dal Rapporto di Previsione - Primavera 2026 del Centro Studi Confindustria, secondo cui nello scenario più avverso il PIL nel 2026 potrebbe ridursi fino a -0,7%, a fronte di una previsione di crescita dello 0,5% nello scenario di base.

A incidere in modo determinante è la guerra in Iran, che coinvolge Israele e diversi Paesi del Golfo e ha portato al blocco dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per le forniture energetiche globali, con effetti immediati su prezzi e scambi internazionali. 

Misure immediate

In questo scenario, Confindustria sottolinea la necessità di una risposta "tempestiva e coordinata" a livello nazionale ed europeo. La durata del conflitto rappresenta, infatti, la variabile decisiva per l’evoluzione economica dei prossimi mesi e richiede l’attivazione di misure concrete a sostegno di imprese e famiglie. In particolare, secondo viale dell’Astronomia, "diventa prioritario contenere gli effetti dello shock energetico, salvaguardare la competitività del sistema produttivo e rafforzare gli investimenti".

Crescita debole 

Alla luce di queste criticità, il quadro macroeconomico globale si muove in un contesto di forte volatilità, già segnato da tensioni commerciali tra le principali economie e ora ulteriormente aggravato dagli effetti del conflitto in Medio Oriente che si trasmettono all’economia soprattutto attraverso il canale energetico. Le tensioni sull’offerta e sulle rotte di approvvigionamento stanno, infatti, incidendo sui prezzi e sulle aspettative, con ripercussioni dirette su inflazione, condizioni finanziarie e crescita.

In questo contesto, le simulazioni del Centro Studi Confindustria indicano aumenti molto significativi dei prezzi. Il petrolio potrebbe crescere fino al 90% e il gas del 50%, alimentando nuove pressioni inflattive e un conseguente irrigidimento delle condizioni finanziarie.
A subire le conseguenze di questo quadro è il commercio mondiale che rallenta sensibilmente e tra le aree più esposte agli effetti negativi dello scenario globale c’è l’Eurozona.Italia: crescita fragile e scenari alternativi al ribasso

L'Italia

Per quanto riguarda l’Italia, lo scenario di base resta positivo ma estremamente delicato. La crescita prevista per il 2026 si attesta allo 0,5%, ma risente in modo significativo dell’evoluzione del contesto internazionale. Le simulazioni del Centro Studi evidenziano chiaramente i rischi in caso di prolungamento del conflitto con un impatto sul PIL che potrebbe diventare molto più rilevante. In uno scenario intermedio, l’economia italiana entrerebbe in stagnazione nel 2026, mentre nello scenario più avverso il PIL potrebbe ridursi fino a -0,7%, con un peggioramento significativo rispetto alle previsioni di base e un impatto rilevante su consumi, investimenti ed export.

Si tratta di una vulnerabilità che riflette l’elevata esposizione dell’economia italiana agli shock energetici e commerciali. Tra i possibili fattori di rafforzamento della crescita, il Rapporto individua nella spesa per la difesa una possibile leva di sviluppo industriale. L’aumento previsto, dall’1,5% al 3,5% del PIL nel prossimo decennio, può generare effetti positivi significativi sull’economia se orientato verso investimenti e produzione nazionale.

Quando queste condizioni si realizzano, l’impatto sul PIL può arrivare fino al +3% cumulato. Al contrario, uno scenario caratterizzato da maggiore ricorso alle importazioni ridurrebbe drasticamente i benefici, limitandoli a circa +0,9%.

Nella sezione dedicata all’analisi del commercio internazionale, il Csc evidenzia come si sia entrati in una fase di ridefinizione, segnata dal confronto tra Stati Uniti e Cina e dall’introduzione di nuove barriere tariffarie. Nel 2025, l’export italiano verso gli Stati Uniti ha raggiunto i 70 miliardi di euro (+7,2%), ma al netto di farmaceutica e commesse straordinarie si registra una contrazione del 5,7%, segnale delle difficoltà che stanno emergendo in diversi settori manifatturieri.

Secondo le stime del Centro Studi Confindustria, nell’ipotesi in cui l’attuale struttura dei dazi venga confermata, le perdite per l’export italiano potrebbero superare 16 miliardi di euro nel medio periodo.
Parallelamente, l’import italiano dalla Cina ha superato 60 miliardi di euro nel 2025 (+16,4% sul 2024). La Cina è sempre più specializzata nei settori a medio-alta tecnologia, la cui quota sull’export cinese verso il resto del mondo è salita dal 28% al 42% negli ultimi cinque anni.

In questo scenario, c’è comunque un elemento positivo che riguarda le imprese italiane che mostrano una significativa capacità di adattamento. Ogni anno, infatti, circa l’8% dei prodotti cambia mercato di destinazione e il 9% quello di origine, a ritmi superiori a quelli delle imprese tedesche. La diversificazione degli scambi si conferma così un elemento chiave per rafforzare la resilienza del sistema produttivo.Giovani e lavoro: meno occupati e più fuga di talenti

Accanto ai fattori di rischio, il Rapporto evidenzia però anche alcuni elementi di tenuta, tra cui gli effetti positivi della stabilità politica degli ultimi anni. Il calo dei tassi di interesse sui prestiti bancari ha generato nel 2025 un beneficio stimato in circa 4,6 miliardi di euro annui per le imprese, che a regime potrebbe salire fino a 13,8 miliardi. Secondo le stime del Centro Studi, la stabilità politica può aver contribuito in misura compresa tra 0,5 e 1,4 miliardi annui alla riduzione del costo del credito, rafforzando le condizioni finanziarie del sistema produttivo.

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EFA News - European Food Agency
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