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CLARA MOSCHINI

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Pelliconi (tappi) guarda oltre l'emergenza

Intervista esclusiva con Pierluigi Garuti, dg dell'azienda che produce 30 miliardi di chiusure all'anno

Trenta miliardi di tappi prodotti ogni anno. Non c'è marchio di bevanda, da Heineken a Carlsberg a Nestlé Waters a Coca Cola per dirne alcune, che non monti una chiusura Pelliconi, uno dei re mondiali nella produzione di tappi per imbottigliamento. Azienda che non si è mai fermata, nemmeno durante l'emergenza covid. “Siamo stati inseriti nella filiera aperta, la nostra produzione è continuata senza soste”, spiega Pierluigi Garuti, direttore generale di Pelliconi. Fondata nel 1939 a Bologna da Angelo Pelliconi oggi l'azienda famigliare giunta alla terza generazione occupa oltre 400 operai negli stabilimenti di Ozzano Emilia e Atessa, in provincia di Chieti. 

“In questo momento le tendenze sui mercati sono diverse. In Europa si verifica la tenuta dei consumi di bottiglie e bevande, in Africa siamo in pieno lockdown e, quindi, in pieno calo consumi. Fino a qualche giorno fa andava tutto bene, adesso dovremo vedere se anche la crisi economica impatta sui consumi”, specifica Garuti. 

Nel 2019 i consumi di bevande in bottiglia sono aumentati: le acque, per esempio, sono crescite del 3,5% a valore e di quasi l'1% a volumi, le birre del 3,9% a valore e del 3,8% a volumi, secondo Osserva Beverage, nuovo canale realizzato in collaborazione con Cda, Consorzio distributori alimentari. “Ma i morsi di una crisi economica si stanno facendo largo in paesi come il Brasile e il Sud Africa, e alcuni marchi possono avere dei cali visto che ora il cananle horeca è fermo”, ribatte Garuti. 

A rischio (ma nemmeno troppo, come vedremo) un fatturato consolidato di gruppo (tra Italia, Cina, Egitto e Stati Uniti) che nel 2019 è stato di 165 milioni di euro. “Nel 2020 potremmo avere un calo ma non ci aspettiamo più di tanto. Speriamo sia contenuto in qualche punto percentuale, non un tracollo”, sottolinea Garuti. L'azienda emiliana fa capo alla holding nel cui board siedono i quattro componenti della famiglia, unici azionisti di Pelliconi, e poi Franco Gnudi, presidente, e Marco Checchi, ceo. La crescita di questa società ha dell'incredibile: dal 1940 al 1980 produce negli stabilimenti italiani oltre 4 miliardi di chiusure l'anno, diventate 10 miliardi nel 1992. Nel 2002 sbarca in Danimarca con Pelliconi Scandinavia e parte con la produzione fuori Italia realizzando oltre 20 miliardi di tappi l'anno che diventano 27 miliardi nel 2010 con lo stabilimento di Orlando, in Florida, e quello in Egitto, al Cairo, a El Obour City, dedicato ai tappi a corona. A questi stabilimenti, che occupano un'ottantina di persone, si aggiunge, nel 2016, l'impianto cinese di Suzhou: una cinquantina di occupati che si dedicano ai tappi ring pull, la novità brevettata dei tappi a strappo tanto diffusi in Asia. 

“Oggi, il 10% di quota mondiale dei tappi corona è nostro. Esportiamo in 110 paesi del mondo, il 90% della nostra produzione va in export”, dice orgoglioso Garuti. Chiusa per ora l'operazione Maharastra, in India, da cui potevano partire le capsule in plastica o i tappi di metallo che non siano più a corona (ma non è del tutto abbandonata l'idea), Pelliconi sfrutta l'abbrivio della partnership con Sace Simest per l'operazione cinese Pelliconi Souzhou, la sede in espansione da cui arrivano oltre 23 milioni di euro di fatturato ogni anno. 

Acquisizioni in vista? “Se ci sono opportunità da cogliere siamo qua. Vorremmo crescere in India, che ha un potenziale ancora inespresso, e guardiamo con interesse a mercati come il Brasile e il Sud Est asiatico dove siamo già presenti con le vendite. I nostri clienti si aspettano sempre innovazioni di prodotto, maggiore sostenibilità ambientale e innovazione tecnologica. Le possibilità di interazioni da remoto sperimentate durante questa emergenza potrebbero fornire un nuovo modo di relazionarsi a mercati e clienti all'estero”, spiega Garuti. In Italia nessuna acquisizione e nemmeno in Europa. “Puntiamo a mercati demograficamente in crescita: mercati maturi come l'Europa non hanno appeal”, ribatte Garuti. 

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