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CLARA MOSCHINI

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Borse giù sull'onda della guerra all'Iran

Il petrolio è già salito del 10%, lo stretto di Hormuz è chiuso: indici europei in rosso

Chiudono tutte in rosso le Borse europee sull'onda dei timori iniziati sabato scorso con l'attacco degli Stati Uniti e Israele all’Iran. La reazione dei mercati è finora relativamente ordinata, secondo gli analisti, ma gli indici europei sono tutti giù: il Ftse Mib di Piazza Affari lascia sul terreno il 2% come il Cac40 parigino. Il Dax tedesco perde il 2,37%, lo Smi svizzero scende dell'1,4%. Si preannuncia una brutta giornata anche al di là dell'Oceano: il Dow Jones perde a Wall Street lo 0,28% mentre il Nasdaq viaggia intorno alla parità (-0,03%). 

"Le code di rischio sono ora oggetto di rivalutazione", sottolinea il Global Credit Team di Algebris Investments, società di gestione del risparmio globale. La fotografia scattata dagli esperti parte dl prezzo del petrolio, balzato di circa il 10%, avvicinandosi a 80 dollari al barile. "I principali fattori di rischio per i mercati e per l’energia - sottolineano gli analisti - riguardano la chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% dell’offerta globale di greggio, e la possibilità di attacchi iraniani contro le infrastrutture di raffinazione regionali. Entrambi gli scenari eserciterebbero verosimilmente ulteriori pressioni al rialzo sui prezzi del petrolio, con il rischio di innescare un più ampio repricing inflazionistico a livello globale".

Stessa fotorafia, più o meno, quelle odierna del Team Advisory & Gestione di Intermonte. "L’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran ha portato a vendite diffuse sull’azionario e ad un forte rialzo delle materie prime energetiche - sottolineano gli analisti - L’attenzione si concentra in particolare sullo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per petrolio e GNL. Nonostante l’intervento dell’OPEC+ per aumentare l’offerta, permangono rischi inflattivi anche per gli Stati Uniti". 

In parallelo, sostengono gli esperti, i mercati devono confrontarsi con un quadro macro e societario complesso: negli Stati Uniti l’inflazione alla produzione ha sorpreso al rialzo, mentre i risultati solidi di Nvidia non hanno evitato prese di profitto sul titolo. In Europa, i dati preliminari di febbraio mostrano un’inflazione annua in accelerazione in Francia e Spagna. 

"La settimana è iniziata in rosso per i principali listini, colpiti da un marcato sell off in seguito allo scoppio del conflitto militare tra Stati Uniti, Israele ed Iran - spiegano gli analisti - Ora, l’attenzione dei mercati è concentrata sullo Stretto di Hormuz, snodo strategico per le esportazioni globali di petrolio e GNL, in particolare verso l’Asia. Nonostante il passaggio non sia ufficialmente chiuso, molte imbarcazioni hanno deciso di utilizzare rotte alternative. Come conseguenza, il prezzo del Brent è salito fino a 80 dollari al barile, mentre il gas naturale europeo TTF ha registrato un rialzo giornaliero del 20%". 

"In questo contesto - aggiunge la nota di Intermonte - si è assistito anche ad un generale riposizionamento difensivo, con ribassi diffusi sui mercati azionari e rialzi dei beni rifugio, oro e dollaro in primis, ma anche dei titoli legati ai settori petrolifero e difesa. Nel tentativo di contenere il rialzo del greggio, l’OPEC+ ha già concordato un aumento della produzione di 206.000 barili al giorno a partire da aprile. Gli Stati Uniti risultano oggi quasi autosufficienti sul piano energetico, fattore che dovrebbe attenuare l’impatto diretto sull’economia domestica. Tuttavia, secondo stime della Federal Reserve Bank of Dallas, un incremento del 10% del prezzo della benzina potrebbe tradursi in un aumento dello 0,2-0,4% dell’inflazione headline (PCE) statunitense". 

"L’evoluzione del conflitto -conclude Intermonte - sarà indubbiamente al centro dell’attenzione dei mercati nel breve termine. In una settimana ricca di nuovi dati macro, da monitorare saranno quelli sul mercato del lavoro e delle vendite al dettaglio statunitensi, importanti viste le recenti dichiarazioni di alcuni membri della Fed sulla resilienza dell’occupazione". 

Fc - 57957

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