Dazi. Borse indecise per timore degli umori di Trump
Il presidente Usa ha introdotto da oggi dazi al 15%: mercati in allerta
È "incertezza continua" quella che arriva dall'altra parte dell'Oceano sull'argomento del giorno, ossia i dazi statunitensi. Il presidente americano Donald Trump ha introdotto, a partire da oggi 24 febbraio 2026, un dazio globale del 15% a seguito della decisione della Corte Suprema presa venerdì scorso 20 febbraio di annullare le tariffe (leggi notizia EFA News) messe in atto il 3 aprile 2025, l'ormai tristemente famoso giorno del "Liberation Day" (leggi notizia EFA News).
I nuovi dazi scattati da stanotte a mezzanotte, dureranno circa cinque mesi. Una reazione di Trump alla spallata della Corte Suprema con nuovi dazi era prevedibile ma il fatto che nell'arco di poche ore il presidente li abbia alzati dal 10% al 15% ha aumentato la confusione già creata dalla sentenza e aperto ancor di più le porte a un periodo di forte incertezza.
Basta guardare i mercati, cioè le Borse. In Europa continua a regnare l'incertezza, come dicevamo, se non addirittura il timore. Oggi l'andamento è ondivago tendente al depresso: il Ftse Mib ha chiuso in leggero calo del 0,10%.
Alcuni alti funzionari statunitensi hanno affermato che, comunque vada, la sconfitta dinanzi alla Corte Suprema non comprometterà gli accordi precedentemente negoziati, visto che l'obiettivo dichiarato di Trump a questo punto è difendere le politiche commerciali assertive dell'amministrazione.
Secondo Global Trade Alert, sito d'informazione di politica ed economia estera, la Cina, l'India e il Brasile sarebbero i principali vincitori venuti fuori in conseguenza della decisione della Corte Suprema: tanto che Nuova Delhi ha rimandato un viaggio negli Stati Uniti volto a finalizzare il loro accordo interinale. Il Regno Unito, invece, rischia di essere il più grande perdente.
Tutto questo bailamme è colpa degli umori di un uomo solo, al comando: Donald Trump. Il quale, in men che non si dica, ha cambiato ancora le carte in tavola, passando da una nuova imposizione di dazi al 10% a tariffe al 15%, senza soluzione di continuità e soprattutto senza chiarire se si ferma qui o va avanti nell'imporre gabelle al mondo.
Annunciando la nuova misura nel week end Trump ha dato fiato alle trombe sul suo social Truth postando: "io, in qualità di presidente, aumenterò, con effetto immediato, i dazi mondiali del 10% sui Paesi, molti dei quali hanno 'derubato' gli Stati Uniti per decenni, senza alcuna ritorsione (finché non sono arrivato io!), al livello pienamente consentito e legalmente testato del 15%". Trump fa riferimento alla Section 212 del Trade Act del 1974, quella che consente l'introduzione di dazi globali fino al 15% ma per un periodo di soli 150 giorni.
Il nuovo piano sfrutta una norma che permette dazi fino al 15% in caso di problemi "gravi e seri" alla bilancia dei pagamenti, senza necessità di indagini preliminari. "Abbiamo alternative, grandi alternative" - ha spiegato Trump - Potrebbero portare più denaro. Incasseremo più soldi e saremo molto più forti grazie a questo".
"Nel corso dei prossimi pochi mesi - ha aggiunto il presidente Usa autocitandosi - l'amministrazione Trump determinerà ed emetterà le nuove tariffe legalmente ammissibili, che proseguiranno il nostro straordinario processo di successo per rendere l'America di nuovo grande". Nel corso di una conferenza stampa, Trump ha chiarito di non voler cercare la collaborazione del potere legislativo per le nuove imposizioni "Non ne ho bisogno", ha tagliato corto. Commentando il cambio di strategia dopo il verdetto dei giudici, il Presidente ha aggiunto: "Volevo fare il bravo ragazzo ma adesso intraprenderò un'altra strada".
Non contento, tanto per aumentare ancor di più la confusione e l'incertezza agitando i mercati su entrambe le sponde dell'Oceano, oggi il tycoon ha avvertito "i Paesi che faranno i furbi approfittando della sentenza della Corte Suprema: si troveranno ad affrontare tariffe molto più alte e peggiori di quelle concordate di recente".
Anche oggi, Trump non ha mancato di criticare ancora una volta la sentenza della Corte Suprema definita "ridicola, mal scritta e straordinariamente antiamericana. Ci hanno messo mesi per scrivere una sentenza e non hanno neanche parlato dei rimborsi". Sulla possibilità di restituire i miliardi incassati illegalmente, la posizione è netta: "Immagino che ci sarà un contenzioso di anni".
Tanta acrimonia va ascritta al fatto che la Corte Suprema ha invalidato l’uso dell’IEEPA, il "bill" del 1977 che Trump ha preso a pretesto per imporre i dazi: le tariffe sono illegittime, hanno detto senza mezzi termini i giudici venerdì scorso 20 febbraio, anche se poi la Corte ha evitato di esprimersi sul tema dei rimborsi, nonostante le stime indichino che oltre 100 miliardi di dollari di entrate già incassate potrebbero, in ultima analisi, essere oggetto di contenziosi e richieste di restituzione.
La sentenza, secondo gli analisti di Algebris, riduce la leva negoziale dell’amministrazione, poiché numerosi accordi commerciali conclusi sotto l’ombrello dell’IEEPA risultano ora di fatto nulli. In termini operativi: ciò, implica un’aliquota tariffaria media effettiva più bassa e minori entrate nel breve periodo, con un ampliamento marginale del deficit fiscale e, al contempo, un aumento dell’incertezza di policy.
La reazione dei mercati, fanno notare gli analisti, è stata contenuta e in larga misura già incorporata nei prezzi.
EFA News - European Food Agency