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Pernigotti: produzione in Italia ma esternalizzata. Chiude Novi

Convocato per il 15 il tavolo di crisi al Mise

 "Ci hanno detto che dobbiamo uscire perché questa fabbrica chiuderà, perché siamo un ramo secco, ma noi non ci sentiamo rami secchi, perché se loro sono andati avanti fino ad ora è anche grazie a noi che abbiamo lavorato e prodotto": questa è solo una delle voci dei circa 200 dipendenti dell'impianto Pernigotti di Novi Ligure, in provincia di Alessandria, che da giorni sono in stato di mobilitazione per l'annunciata chiusura dello stabilimento Pernigotti,  forti anche dell'appoggio delle autorità locali e dei sindacati, ed in attesa del tavolo di crisi convocato il 15 novembre presso il ministero per lo Sviluppo Economico.

Sembra che Toksöz, il Gruppo turco che dal 2013 detiene la proprietà di Pernigotti dopo averla rilevata dalla famiglia Averna, abbia deciso di trasferire altrove gli oltre ottanta dipendenti che saranno salvati dalla Cigs (è previsto che in cassa integrazione andranno in 100 della produzione e del marketing). L'azienda ha fatto sapere che sull'impianto di Novi non ci saranno ripensamenti, e che "Come già ribadito anche in sede di confronto con le parti sociali, nel rispetto della storicità del brand Pernigotti e con l’obiettivo di mantenere la qualità distintiva dei propri prodotti, la società sta procedendo all’individuazione di partner industriali in Italia, a cui affidare la produzione, coerentemente anche con l’obiettivo di cercare di ricollocare il maggior numero possibile di dipendenti coinvolti presso aziende operanti nel medesimo settore o terzisti. A tal fine l’azienda sta già dialogando con alcune importanti realtà italiane del settore dolciario".

"Esternalizzare in Italia?" ha comentato, uno fra tanti, Tiziano Crocco di Uilm Alessandria. "La cosa ci fa ridere. Il territorio dell'Italia è vasto. Così come non ci convince l'ipotesi di affidare la gestione in conto terzi. Il nostro obiettivo primario resta salvare lo stabilimento di Novi e tutelare il made in Italy: i prodotti con il marchio Pernigotti devono uscire da qui. Poi ben vengano altri in affiancamento, anche con marchio turco purché di qualità: c'è spazio per tutti. Un successo l'abbiamo già ottenuto con la convocazione del tavolo al Mise".

Siamo di fronte all’ennesima chiusura di una storica azienda italiana, dopo i casi di Honeywell ed Hag, gridano in molti. E deve pensarla così anche anche l’assessore al Lavoro della Regione Piemonte Gianna Pentenero, che tra l'altro in questi giorni si trova  a Roma proprio per la questione Hag e Splendid. La quale ha commentato: "Apprendo con estrema preoccupazione la notizia dell’annunciata chiusura dello stabilimento di Novi Ligure della Pernigotti, storico marchio piemontese del cioccolato. Una decisione, quella del gruppo turco proprietario dell’azienda, incomprensibile e inaccettabile, che la Regione Piemonte cercherà di contrastare in ogni modo". Anche la Provincia di Alessandria è coinvolta, e ne discuterà il 15 novembre nella prima seduta del consiglio appena eletto: "Siamo preoccupati -dice il presidente Gianfranco Baldi-. La decisione del gruppo turco Toksoz cancella con un colpo di spugna un simbolo di Novi. La strategia sembrerebbe chiara: tenere il marchio e produrre in Turchia. Il gruppo non avrebbe alcuna intenzione di accogliere le richieste dei lavoratori, di posticipare di almeno 5 anni la chiusura".

E mentre L'europarlamentare della Lega Angelo Ciocca dovrebbe essersi recato oggi come da egli stesso annunciato, ad Istanbul "per incontrare l'azienda", il sottosegretario al ministero dello Sviluppo Economico con delega alle crisi aziendali Davide Crippa ieri dichiarava "Bisogna ricreare le condizioni per mantenere i nostri marchi storici e prestigiosi all'interno del tessuto produttivo italiano. Per la Pernigotti abbiamo già fatto delle misure per almeno garantire la cassa integrazione straordinari ai lavoratori. Durante questo periodo cercheremo di individuare un soggetto imprenditoriale in grado di rivalutare questo e altri marchi che hanno un valore per il made in Italy all'interno del tessuto produttivo italiano e internazionale. Alcuni marchi in un processo di globalizzazione potranno passare a operatori e investitori stranieri. L'importante è che vengano e mantengano sedi operative in Italia credendo nel progetto italiano", ha concluso.

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