Lo spreco alimentare globale erode i margini delle aziende
Nel 2026 il food waste costerà 540 miliardi di dollari alle catene di approvvigionamento
Lo spreco alimentare costerà 540 miliardi di dollari alle catene di approvvigionamento globali nel 2026. È questo il dato principale (e allarmante) che emerge dal rapporto "Making the Invisible Visible: Unlocking the Hidden Value of Food Waste to Drive Growth and Profitability", (Rendere visibile l'invisibile: svelare il valore nascosto degli sprechi alimentari per stimolare crescita e redditività) pubblicato da Avery Dennison, azienda globale con sede a Mentor in Ohio specializzata in scienza dei materiali e soluzioni di identificazione digitale.
Con il rientro delle aziende dalle festività natalizie del 2025, nuovi dati hanno rivelato che lo spreco alimentare continua a erodere i margini e rappresenta una delle sfide più costose, ma nascoste, nella supply chain globale della vendita al dettaglio. Come dicevamo, il costo economico dello spreco alimentare lungo la supply chain globale raggiungerà 540 miliardi di dollari entro il 2026, ancora in rialzo rispetto a 526 miliardi di dollari dell'anno scorso.
Inoltre, i risultati del rapporto mostrano che, in media, i costi dello spreco alimentare equivalgono al 33% dei ricavi totali della supply chain della vendita al dettaglio alimentare ogni anno, dal post-produzione fino al punto vendita: nonostante una "crescente consapevolezza", il 61% delle aziende afferma di non avere ancora una visibilità completa su dove si verificano gli sprechi alimentari all'interno delle proprie attività.
Alla domanda su quali siano le tre categorie più problematiche in termini di spreco, la metà dei manager intervistati dalla survey ha indicato la carne (50%), il 45% i prodotti ortofrutticoli e il 28% i prodotti da forno. Oltre la metà (51%) dei leader aziendali ha affermato che la gestione dell'inventario e l'eccesso di scorte contribuiscono in modo significativo allo spreco alimentare all'interno delle proprie attività.
Il trasporto merci rimane il punto dolens: il 56% delle aziende dichiara di non avere una chiara comprensione della quantità di spreco alimentare che si verifica durante il trasporto delle merci. Se le tendenze attuali dovessero continuare, si prevede che il costo cumulativo dello spreco alimentare dal 2025 al 2030 raggiungerà 3,4 trilioni di dollari, in concomitanza con la scadenza del 2030 per l'Obiettivo di Sviluppo Sostenibile 12.3 delle Nazioni Unite, che mira a dimezzare lo spreco alimentare globale. Nonostante questo obiettivo, il rapporto ha rivelato che oltre un quarto (27%) dei leader ha dichiarato che non rispetterà la scadenza del 2030.
La carne, dicevamo, è emersa come una delle categorie più difficili per la gestione degli sprechi, con il 72% dei responsabili della supply chain che la cita come la sfida più grande. Dato il suo elevato costo unitario nel settore della vendita al dettaglio di generi alimentari, anche piccole riduzioni degli sprechi possono generare significativi guadagni finanziari.
I modelli economici prevedono che lo spreco di carne ammonterà a 94 miliardi di dollari nel 2026, quasi un quinto della perdita cumulativa totale durante l'anno, con i prodotti freschi subito dietro a quota 88 miliardi di dollari. Tornando a queste festività appena passate, oltre due terzi delle aziende (67%) prevedevano che lo spreco di carne durante il periodo natalizio avrebbe ridotto notevolmente i loro margini e che la gestione di questo problema in uno dei periodi più intensi dell'anno era diventata una preoccupazione operativa maggiore rispetto a prima (69%).
Per i rivenditori, le pressioni dovute alla volatilità economica, alla scarsa adattabilità agli shock legati al mercato e alla difficoltà di adattarsi alle mutevoli esigenze dei consumatori stanno esacerbando i problemi sistemici dello spreco alimentare. Quasi Tre quarti (74%) dei rivenditori ammettono che l'inflazione sta rendendo più difficile che mai prevedere la domanda di carne fresca e il 73% segnala una crescente domanda da parte dei consumatori di porzioni di carne più piccole o alternative.
"Lo spreco alimentare è diventato un costo aziendale accettato, ma non deve esserlo per forza - spiega Julie Vargas, vicepresidente e direttore generale Enterprise Intelligent Labels Growth, Avery Dennison - Oggi l'innovazione aiuta a superare la complessità dello spreco alimentare, aprendo nuove possibilità e trasformando un costo operativo storico in un valore misurabile lungo l'intera supply chain globale del retail. L'ecosistema del retail sta cambiando, ma non sono abbastanza i retailer che si stanno adattando: dal trasporto allo scaffale, i punti ciechi stanno erodendo silenziosamente i margini".
Aggiunge Michael Colarossi, vicepresidente e responsabile della sostenibilità aziendale di Avery Dennison: "per troppo tempo, lo spreco alimentare è stato considerato quasi esclusivamente un problema di sostenibilità e sociale. Dobbiamo riconoscerlo come l'opportunità di business che rappresenta realmente. Infatti, oltre sette dirigenti aziendali su dieci (73%) ci hanno dichiarato di considerare la lotta allo spreco alimentare un'opportunità di crescita".
Inoltre, i risultati del rapporto mostrano che, in media, i costi dello spreco alimentare equivalgono al 33% dei ricavi totali della supply chain della vendita al dettaglio alimentare ogni anno, dal post-produzione fino al punto vendita: nonostante una "crescente consapevolezza", il 61% delle aziende afferma di non avere ancora una visibilità completa su dove si verificano gli sprechi alimentari all'interno delle proprie attività.
Alla domanda su quali siano le tre categorie più problematiche in termini di spreco, la metà dei manager intervistati dalla survey ha indicato la carne (50%), il 45% i prodotti ortofrutticoli e il 28% i prodotti da forno. Oltre la metà (51%) dei leader aziendali ha affermato che la gestione dell'inventario e l'eccesso di scorte contribuiscono in modo significativo allo spreco alimentare all'interno delle proprie attività.
Il trasporto merci rimane il punto dolens: il 56% delle aziende dichiara di non avere una chiara comprensione della quantità di spreco alimentare che si verifica durante il trasporto delle merci. Se le tendenze attuali dovessero continuare, si prevede che il costo cumulativo dello spreco alimentare dal 2025 al 2030 raggiungerà 3,4 trilioni di dollari, in concomitanza con la scadenza del 2030 per l'Obiettivo di Sviluppo Sostenibile 12.3 delle Nazioni Unite, che mira a dimezzare lo spreco alimentare globale. Nonostante questo obiettivo, il rapporto ha rivelato che oltre un quarto (27%) dei leader ha dichiarato che non rispetterà la scadenza del 2030.
La carne, dicevamo, è emersa come una delle categorie più difficili per la gestione degli sprechi, con il 72% dei responsabili della supply chain che la cita come la sfida più grande. Dato il suo elevato costo unitario nel settore della vendita al dettaglio di generi alimentari, anche piccole riduzioni degli sprechi possono generare significativi guadagni finanziari.
I modelli economici prevedono che lo spreco di carne ammonterà a 94 miliardi di dollari nel 2026, quasi un quinto della perdita cumulativa totale durante l'anno, con i prodotti freschi subito dietro a quota 88 miliardi di dollari. Tornando a queste festività appena passate, oltre due terzi delle aziende (67%) prevedevano che lo spreco di carne durante il periodo natalizio avrebbe ridotto notevolmente i loro margini e che la gestione di questo problema in uno dei periodi più intensi dell'anno era diventata una preoccupazione operativa maggiore rispetto a prima (69%).
Per i rivenditori, le pressioni dovute alla volatilità economica, alla scarsa adattabilità agli shock legati al mercato e alla difficoltà di adattarsi alle mutevoli esigenze dei consumatori stanno esacerbando i problemi sistemici dello spreco alimentare. Quasi Tre quarti (74%) dei rivenditori ammettono che l'inflazione sta rendendo più difficile che mai prevedere la domanda di carne fresca e il 73% segnala una crescente domanda da parte dei consumatori di porzioni di carne più piccole o alternative.
"Lo spreco alimentare è diventato un costo aziendale accettato, ma non deve esserlo per forza - spiega Julie Vargas, vicepresidente e direttore generale Enterprise Intelligent Labels Growth, Avery Dennison - Oggi l'innovazione aiuta a superare la complessità dello spreco alimentare, aprendo nuove possibilità e trasformando un costo operativo storico in un valore misurabile lungo l'intera supply chain globale del retail. L'ecosistema del retail sta cambiando, ma non sono abbastanza i retailer che si stanno adattando: dal trasporto allo scaffale, i punti ciechi stanno erodendo silenziosamente i margini".
Aggiunge Michael Colarossi, vicepresidente e responsabile della sostenibilità aziendale di Avery Dennison: "per troppo tempo, lo spreco alimentare è stato considerato quasi esclusivamente un problema di sostenibilità e sociale. Dobbiamo riconoscerlo come l'opportunità di business che rappresenta realmente. Infatti, oltre sette dirigenti aziendali su dieci (73%) ci hanno dichiarato di considerare la lotta allo spreco alimentare un'opportunità di crescita".
Fc - 56634
EFA News - European Food Agency
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