Assitol: ridare dignità all'olio EVO
Parla il direttore Carrassi: "Smettere di trattarlo come una commodity"
Assitol si batte da tempo per ridare dignità all'olio d'oliva. Andrea Carrassi, direttore generale di Assitol- Associazione Italiana Dell’industria olearia spiega a EFA News gli obiettivi, quali risultati ha ottenuto e quelli che punta di ottenere.
Nel concreto cosa significa questa battaglia?
Negli ultimi anni, ci siamo battuti per ridare valore all’olio extra vergine d’oliva, che gli italiani affermano di amare molto, ma di cui, purtroppo sanno ben poco. Il nostro olio è considerato, quando va bene, alla stregua di un condimento. Al contrario, è molto di più: un alimento a tutto tondo, un autentico concentrato di gusto e salute, le cui proprietà salutistiche e nutrizionali si accompagnano alla capacità di regalare sapore e personalità ad ogni piatto. Il suo ruolo nella Dieta Mediterranea e nella nostra cultura alimentare è indiscutibile, eppure, proprio il suo impiego quotidiano porta gli italiani a darlo per scontato. Il ritorno ad uno scenario produttivo più equilibrato, dopo le difficili campagne degli ultimi anni ha, purtroppo, riportato alla ribalta le vendite sottocosto, che nel tempo hanno svilito il valore del prodotto. La vendita sottocosto di un prodotto elettronico vecchio di qualche anno può avere senso se il consumatore, ad esempio, non cerca l’ultimo modello e si accontenta delle performance di un vecchio apparato, ma non può essere venduta sottocosto una spremuta di vitamine e di polifenoli che fa bene alla salute come l’extravergine.
L'olio è molto spesso usato dalla GdO come civetta per attirare i clienti. Una pratica di per sé lecita ma che svilisce la percezione del prodotto. Si può cambiare registro?
La normativa italiana consente la commercializzazione dell’extra vergine ad un prezzo inferiore rispetto al suo costo soltanto una volta l’anno. Tuttavia, la realtà dei fatti è ben diversa: da anni, si assiste al ricorso alle promozioni in modo indiscriminato, senza alcun riguardo per la stagionalità e con ampia discrezionalità da parte della grande distribuzione. L’olio d’oliva non è una commodity, né un condimento qualsiasi, ma un prodotto essenziale per la salute dei consumatori. Lo abbiamo ribadito anche in questa ultima campagna, migliore delle precedenti dopo anni di siccità e calo di produzione, invitando la GdO ad assumere un ruolo da protagonista nella sua valorizzazione. L’aumento dei prezzi degli ultimi anni, infatti, ha convinto la Grande Distribuzione a valorizzare l’extra vergine. La risposta dei consumatori è stata buona, il calo di vendite è stato molto ridotto, anzi nel periodo 2024-25, le vendite del prodotto italiano sono paradossalmente aumentate in un contesto di riduzione dei volumi. Ecco perché riteniamo sia opportuno proseguire su questa strada, adottando una strategia che risulti vincente anche per il retail. Negli spazi della distribuzione moderna, ad esempio, si potrebbero organizzare degustazioni guidate, con l’aiuto di nutrizionisti, che hanno le competenze giuste per sottolineare i benefici salutistici dell’extra vergine, oppure a percorsi guidati alla scoperta dell’olio evo, meglio se organizzati in sinergia con le aziende produttrici. Più si conosce l’olio, più lo si consuma.
Quali sono i rischi di lungo termine per i produttori oleari dal perdurare delle campagne sottocosto?
A causa delle continue promozioni, i consumatori si sono abituati a cercare sempre più il prodotto sottocosto, senza pensare al reale valore dell’extra vergine ed a tutti i suoi elementi distintivi rispetto agli altri prodotti alimentari. Una spirale perversa, alla quale la filiera, nel suo complesso, deve dire basta. La perdita di valore della categoria ha determinato, negli anni, anche la progressiva diminuzione di redditività degli operatori, rendendo sempre meno attrattivo coltivare uliveti, che vengono via via abbandonati, produrre olio e confezionarlo. Il prezzo al consumatore finale, nella maggior parte dei casi, rischia di non coprire i costi di produzione, danneggiando così l’intera filiera
Come si passa dal modello commodity al modello valore?
A nostro avviso, è tempo di chiedere alle istituzioni, europee e nazionali, di vietare, una volta per tutte, le vendite sottocosto, promuovendo una efficace campagna di educazione del consumatore. Non vogliamo farlo da soli, ma con la responsabilizzazione di tutta la filiera olivicolo-olearia, dagli olivicoltori alla GdO. L’obiettivo è di avviare un dialogo permanente, trasformando il settore per garantire un futuro sostenibile all’olio extra vergine passando dal “modello commodity” perseguito finora, al “modello valore”, in cui all’olio extra vergine sia riconosciuta finalmente la remunerazione che merita.
Com’è possibile che il consumatore sia disposto a spendere 2€/giorno per l’ultimo modello di smartphone alla moda e non vuole spendere meno di 50 centesimi al giorno per l’olio extravergine di oliva che gli fa bene alla salute? A Natale ho visto il negozio di una nota marca di smartphone, affollato da consumatori in fila per acquistare un prodotto che, con l’obsolescenza programmata, dura due anni, mentre le stesse persone al supermercato comprano la bottiglia di olio che costa di meno. Questo atteggiamento possiamo cambiarlo solo insieme con una grande campagna di comunicazione e di informazione.
Come pensate che la ristorazione possa aiutarvi in questa battaglia?
Se davvero vogliamo ridare valore al nostro olio, il ruolo della ristorazione va profondamente ripensato. A nostro avviso, come la grande distribuzione, questo settore potrebbe diventare ambasciatore del processo del nostro olio, favorendo percorsi di avvicinamento del consumatore. In questo modo, sarà possibile definire un posizionamento del nostro extra che rispetti i valori materiali e immateriali del prodotto.
Una bottiglia di olio extra vergine non contiene semplicemente un condimento liquido, ma rappresenta cultura, territori e, soprattutto, impegno e competenze di tutti gli operatori della filiera. Tutti elementi che, nell’ambito della nostra ristorazione, contribuirebbero alla costruzione di uno storytelling utile a promuovere l’olio d’oliva. A tale scopo, proponiamo anche la formazione ad hoc del personale di sala, che come già accade con il vino, dovrebbe essere in grado di guidare il cliente nella scelta dell’olio. Infine, proponiamo l’adozione di mini-bottiglie che, assaggiate durante il pasto, possono essere acquistate nello stesso ristorante, in modo da proseguire l’esperienza sensoriale a casa. Una cosa è certa, il ristorante deve far pagare l’olio extravergine, semmai al posto del coperto potrebbero scrivere pane e olio di benvenuto, anche perché se continuano a regalarlo per loro sarà solo una voce di costo da tagliare, non un’entrata su cui investire.
Come se non bastasse il sottocosto ci sono state anche le truffe con oli provenienti dal Nord Africa spacciati per italiani. Siete soddisfatti dal sistema dei controlli?
Cominciamo col dire che le notizie pompate a mezzo stampa riguardano meno dell’1% dell’olio di oliva commercializzato in Italia che comunque viene tutto controllato prima di entrare nelle aziende italiane. Detto ciò, se le truffe si scoprono, è grazie al nostro sistema dei controlli. È bene ricordare che l’Italia conta su una rete nazionale unica nel suo genere, composta da ben 8 autorità competenti che vigilano sul prodotto immesso sul mercato italiano, sia dalle frontiere che nel frantoio. In questo contesto assume un ruolo fondamentale il SIAN, il sistema telematico nazionale che monitora i flussi oleari in entrata e in uscita dall’Italia, garantendo così una costante verifica degli oli prodotti o semplicemente posti in commercio. L’olio d’oliva è anche l’unico prodotto alimentare sottoposto ad analisi sensoriale (panel test), che ne valuta la qualità, prima di essere posto in commercio, grazie al giudizio di un gruppo di assaggiatori professionisti. Infine ogni oleificio effettua, al suo interno, migliaia di controlli ogni anno sulle materie prime e sui suoi prodotti finiti.
Quanto il sistema oleario italiano sta patendo le dinamiche daziare innescate da Trump?
È ancora presto per giudicare l’impatto dei dazi che, allo stato, sono ancora sostenibili. Il nostro vero timore, riguarda l’effetto incrociato dell’inflazione, registrata negli ultimi mesi sul mercato americano, e del dollaro debole.
Per l’Italia, gli Stati Uniti sono un mercato fondamentale. A livello mondiale, infatti, producono pochissimo, ma rappresentano il maggior acquirente di olio d’oliva: per rispondere alla domanda dei consumatori americani, sempre più attenti alla salute, sono obbligati a importare il 95% dell’olio d’oliva di cui hanno bisogno. Inoltre, utilizzano un claim salutistico per indicare che questo prodotto è un’alternativa salutare per il cuore rispetto ai grassi di origine animale. Gli States rappresentano il secondo consumatore al mondo di questo prodotto, con una media di circa 370mila tonnellate l’anno: entro il 2030 potrebbero superare addirittura in consumi dell’Italia. In pratica, questo alimento, capace di regalare gusto e benessere al nostro organismo, è scelto per le sue qualità salutistiche e nutrizionali. In virtù di queste caratteristiche, gli americani sono disposti a pagare un costo non proprio economico per il nostro extra vergine, accettando quindi anche i dazi, se sono ragionevoli. Il nostro augurio è che proprio le qualità salutistiche dell’olio d’oliva siano riconosciute, inserendolo nella lista dei prodotti esenti da questa tassa.
EFA News - European Food Agency