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La birra John Lemon non piace a Yoko Ono

I legali della vedova dell'ex Beatles ingiungono a un birrificio artigianale bretone lo stop alla vendita

"Stavamo solo facendo uno scherzo, un'etichetta che strappa un sorriso". Lo ha detto Aurélien Picard proprietario del birrificio francese, anzi Bretone, la Brasserie de l'Imprimerie di Bannalec, nel Finistère. Si riferisce alla sua John Lemon, birra estiva aromatizzata al limone e zenzero: Una craft beer bretone che il birrificio produce da 5 anni. Sull'etichetta, appare evidente il gioco di parole tra la birra e il genio dei Beatles John Lennon, con gli iconici occhiali rotondi del cantante sostituiti da fette di limone. Un calembour che non è piaciuto a Yoko Ono, 93 anni, vedova del musicista che, all'inizio di marzo, ha fatto scrivere dai suoi legali al birrificio francese. E il tono della lettere non era per nulla scherzoso.  

L'artista giapponese, infatti, chiede l'immediata cessazione dell'uso del nome. Il motivo è legale. Il marchio "John Lemon" è stato registrato per prevenire l'uso improprio del nome del cantante. Di conseguenza, il birrificio deve ritirare la birra dal mercato o subire sanzioni pecuniarie giornaliere. Aurélien Picard, sul prfiilo Facebook della sua birreria, lo definisce una vera sorpresa. Pensava fosse una truffa. Dopo aver verificato, ha scoperto che altri birrifici sono già stati presi di mira dall'avvocato dell'artista giapponese, in particolare in Polonia. 

Adesso, la birra John Lemon è costretta a essere ritirata dalla vendita: il piccolo produttore francese si è così trovato di fronte a una scelta obbligata: interrompere la commercializzazione oppure affrontare una battaglia giudiziaria con richieste economiche potenzialmente devastanti, fino a 100mila euro. E, come scrive lo stesso Picard, le scorte di bottiglie di John Lemon si stanno esaurendo rapidamente, perché il calmore mediatico della presa di pozizioine di Yoko Ono ha avutop come conseguenza quella di moltiplicare le vendite del marchio. 

"Siamo come formiche rispetto a loro. Ho spiegato agli avvocati che non vendiamo nei supermercati. Consegniamo noi stessi le bottiglie a bar e creperie vicino a noi", ha detto Picard dopo aver discusso con lo studio legale di Yoko Ono ottenendo come risultato una proroga: il birrificio può vendere le bottiglie rimanenti fino al 1° luglio. 

Perché, come dicevamo, la John lemon sta andando a ruba: le 5.000 bottiglie da 33 cl e 50 cl si stanno esaurendo molto velocemente. "La gente viene da tutta la Bretagna per avere un souvenir di questa birra con la sua etichetta, che diventerà un oggetto da collezione", afferma Picard. Nel suo  birrificio del Finistère, tra l'altro, i giochi di parole sono un marchio di fabbrica. "Jean Gol Potier" (invece che Jaean Paul Gaultier, lo stilista di Pierre Cardin) per la birra alla frutta, "Mireille Mafieux" (invece che la celebre cantante francese Mireille Mathieu) per la birra scura.

Per voltare pagina defi nitivamente, Picard propone un'alternativa: chiamare la birra "Jaune Lemon", un modo per rimanere fedeli allo spirito della birra, senza esporsi a nuovi guai. "Ho presentato la proposta agli avvocati di Yoko Ono - scrive Picard sul post di facebook Picard - Un nome molto simile, che permetterebbe alle persone di ricordare questa storia, ormai saldamente radicata in questa birra", spiega il direttore. Resta da vedere se questa nuova versione supererà la prova legale.

Non è la prima volta che Yoko Ono interviene contro prodotti che sfruttano giochi di parole legati al nome Lennon: già nel 2017 una bevanda polacca era stata costretta a cambiare denominazione. In Italia, un caso simile avvenne due anni fa, ad aprile 2024, quando gli eredi di Antonio De Curtis, in arte Totò, uno degli attori simbolo della comicità italiana ma anche uno dei nomi più "cliccati" come insegna di pizzerie e ristoranti, hanno vinto la loro battaglia giudiziaria: il tribunale di Torino, infatti,ha emesso un'ingiunzione sull’utilizzo del nome d’arte del "Principe della risata", stabilendo una multa da circa 200 Euro per ogni inosservanza (leggi notizia EFA News).

E non è nemmeno la prima volta che un colosso della birra se la prende con i birrai artigianali della costa Bretone: qualche anno fa fece scalpore la presa di posizione di un marchio come Leffe appartenente al colosso belga AbInbev, numero uno della birra mondiale, che ha chiesto al microbirrificio Leff (notare l'assonanza) nella Côtes-d'Armor di cambiare nome. "Il nome Leff per una birra è molto simile al nostro marchio registrato Leffe - scrisse la multinazionale - anch'esso per le birre e, nella pronuncia, non c'è alcuna differenza tra i due. L'esistenza di due birre, Leff e Leffe, creerebbe confusione tra i consumatori e potrebbe trarli in inganno". Nel suo comunicato stampa AbInbev sottolineò anche le "somiglianze visive nel layout con il nostro marchio Leffe", dato che anche il birrificio artigianale utilizza caratteri gotici sulle proprie etichette

"È tutto un po' inverosimile", commentò Philippe Le Saux, fondatore della Brasserie Artisanale du Leff, che prende il nome da un fiume bretone, Leff appunto, affluente del Trieux. "Uso l'acqua del Leff per fare la birra", spiegò il birraio che ha iniziato a produrre la sua birra per "amici" e "gente del posto" dichiarando di puntare a una produzione di 1.500 bottiglie al mese e di aver registrato il marchio della sua birra presso l'Istituto Nazionale della Proprietà Industriale (INPI) francese. 


Fc - 59870

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