Tuttofood/13. Crisi Hormuz: le sfide per l'agroindustria italiana
Mascarino (Federalimentare): "Urgono soluzioni straordinarie per eventi straordinari"
La chiusura dello Stretto di Hormuz e le complessità geopolitiche internazionali hanno innescato uno shock di sistema che sta colpendo duramente tutti i settori produttivi. L’agroalimentare è il comparto che più degli altri sta registrando le maggiori difficoltà, a causa di una riduzione massiccia dei transiti di materie prime fondamentali dal Golfo Persico, alla quale si unisce un aumento dei costi dell’energia che, con il perdurare della crisi, rischiano di riversare i loro effetti negativi su tutta la catena del valore. È questo il dato emerso in occasione dell’evento “The New Food Order: Geopolitical Shock and European Agrifood Resilience”, promosso da Federalimentare in collaborazione con FoodDrinkEurope e presentato oggi a Tuttofood 2026, a Milano.
Attraverso Hormuz transita circa la metà dei fertilizzanti che nutrono il pianeta: urea, ammoniaca, zolfo, idrogeno, gas naturale — tutti ingredienti fondamentali dei fertilizzanti azotati, senza i quali l’agricoltura moderna non potrebbe esistere come la conosciamo. La Fao ha avvertito che, se la crisi dovesse persistere, i prezzi globali dei fertilizzanti potrebbero restare superiori del 15-20% anche nella seconda metà del 2026. Per gli agricoltori italiani ed europei — che operano già con margini ridotti — questo si potrebbe tradurre in una scelta dolorosa: ridurre le dosi di fertilizzante (con rese inferiori) o assorbire i costi (con rischio di insolvenza).
La produzione nazionale di gas in Italia copre solamente poco più del 4%, troppo poco per fare a meno dell’import. Per le imprese agroalimentari italiane questo si riflette direttamente sui costi di irrigazione (energia per le pompe), serre (riscaldamento e illuminazione), trasformazione e conservazione dei prodotti, logistica e distribuzione.
Il blocco dello Stretto di Hormuz ha messo a nudo la dipendenza energetica a cui è soggetta la produzione alimentare industriale. Un sistema basato su filiere lunghe e fertilizzanti sintetici ad alto impatto energetico si rivela strutturalmente instabile e potenzialmente rischioso per la sicurezza alimentare globale.
Anche uno scenario positivo — la riapertura dello Stretto — non risolverebbe il problema nell’immediato. Quando le navi potranno tornare a transitare, i produttori di fertilizzanti dovranno aspettare che la produzione di gas naturale nel Golfo si riporti a regime, un processo che richiederà mesi o addirittura anni.
Intervenendo in videocollegamento, Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo UE per la Coesione e le Riforme ha ricordato che "il nostro sistema agroalimentare è chiamato a rispondere a sfide senza precedenti. Eppure i dati ci dicono che il settore risponde bene alle crisi. L’export agroalimentare europeo rimane stabile: questo perché insieme, istituzioni e settore abbiamo investito nel rafforzamento della solidità del settore con azioni concrete. La visione sul cibo e l’agricoltura, la strategia per il ricambio generazionale, strumenti contro le pratiche commerciali sleali, ma anche la semplificazione, il rafforzamento dei controlli sulle importazioni, il piano per il settore zootecnico. Tutto questo perché l’autonomia strategica non è un’opzione, ma una necessità. In un mondo dove le catene di approvvigionamento sono armi geopolitiche, l’Europa deve giocare un ruolo da protagonista”.
Secondo Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, il produttore primario, anche agricolo, realizza un prodotto di alta qualità che deve essere venduto bene per poter avere il giusto prezzo. Che paghi non solo i costi, ma che faccia crescere anche il reddito dei produttori stessi. Quindi è fondamentale il lavoro che Federalimentare e che l’industria alimentare fanno in rappresentanza di un modello che della qualità fa ancora la sua bandiera principale e che negli ultimi anni ha investito ancora di più sulla qualità, e ciò significa difendere la qualità complessiva del sistema e il valore aggiunto”.
Per Paolo Mascarino, presidente di Federalimentare, “nonostante lo scenario internazionale mutevole, l’industria alimentare è in buona salute. Nel 2025, il settore ha raggiunto un fatturato di 204 miliardi di euro, in crescita del +3,6% sull'anno precedente, sostenuto da un buon trend della produzione industriale (+1,6%) e da un export dinamico (+4,2%). Ma le tensioni provenienti da Hormuz, con le sue ricadute su energia, imballaggi, packaging e approvvigionamento di alcune materie prime strategiche, come i fertilizzanti, stanno però incidendo negativamente su tutta la catena del valore agroalimentare. Un conflitto prolungato nel Golfo rischia di portare il Paese a rischio stagflazione, e anche se la crisi dovesse risolversi in breve tempo ci vorranno molti mesi per tornare ad una normalizzazione dei prezzi e degli approvvigionamenti. Viviamo una crisi che non è solo italiana ma europea, ed è in Europa che si devono trovare soluzioni straordinarie ad eventi straordinari. Le proposte avanzate dal Governo Meloni, come la revisione degli Ets o quella di estendere anche al caro-energia le deroghe al Patto di stabilità, attivando le clausole di salvaguardia, sono due soluzioni che darebbero fiato alle industrie. Soprattutto a quella alimentare che, lo ricordo, è tra le prime manifatture italiane e la prima in Europa”.
Tra gli altri, sono intervenuti Il vicedirettore Fao Maurizio Martina; Dirk Jacobs, direttore generale FoodDrinkEurope, il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti.
EFA News - European Food Agency