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Libri. Il vino di Thomas Jefferson

Un saggio ripercorre (anche) la passione del 3° presidente Usa per Nobile di Montepulciano

La grande passione degli statunitensi per il vino italiano nasce già a cavallo tra 18° e 19° secolo. Un illustre cultore del nostro patrimonio enologico è stato nientemeno che il 3° presidente Usa Thomas Jefferson, che scoprì e valorizzò il Vino Nobile di Montepulciano. La poco nota ma interessante vicenda è oggetto del saggio storico "Il gusto della libertà. Thomas Jefferson, il Vino Nobile di Montepulciano e la nascita degli Stati Uniti" (Il Pensiero Scientifico Editore, 2026, pp. 216), a cura di Francesco Clementi e Antonio Gaudioso, pubblicato in edizione bilingue italiano-inglese.

Il volume è stato realizzato in occasione del 250° anniversario della dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d'America: uno spunto che gli autori utilizzano per riflettere sull'identità americana, sugli ideali di libertà degli Usa e sugli scambi culturali e commerciali tra Vecchio e Nuovo Mondo. Viene così ricostruita la vicenda politica e umana di Thomas Jefferson, con il curioso leitmotiv della sua passione per il vino italiano.

Figura chiave nei rapporti di Jefferson con il vino italiano è Filippo Mazzei. Quest'ultimo si trasferì in Virginia nel 1773, giusto tre anni prima dell'Indipendenza, con l'ambizione di sviluppare coltivazioni mediterranee e introdurre la viticoltura europea nel Nuovo Mondo. Entrato in contatto con il futuro presidente, Mazzei lo introdusse al consumo del Vino Nobile di Montepulciano. In quel vino Jefferson trovò qualità che andavano oltre il piacere sensoriale: equilibrio, misura, assenza di eccessi. Caratteristiche che, ai suoi occhi, si traducevano in un ideale politico preciso. Anche alla Casa Bianca questa passione ebbe un ruolo concreto: la tavola presidenziale diventò un luogo di costruzione del consenso, uno spazio in cui le relazioni si cucivano tra un calice e l’altro.

Negli anni in cui rappresentò gli Stati Uniti a Parigi, Jefferson non si limitò alla diplomazia: osservò, assaggiò, confrontò. Era convinto che le abitudini enologiche di un popolo – come il vino viene fatto, scelto, bevuto – rispecchiassero qualcosa di più profondo: il suo modo di concepire la società e il potere.

La tesi di fondo è che la libertà non nasca soltanto da costituzioni, leggi e dichiarazioni solenni, ma anche da pratiche quotidiane, abitudini sociali, scambi culturali e forme di convivialità. Il vino diventa quindi un simbolo di una più ampia circolazione di idee, persone e modelli culturali tra Europa e America nel Settecento.

Il rapporto tra Mazzei e Jefferson, infatti, andò ben oltre il vino. I due condivisero idee illuministiche, interessi agricoli e convinzioni politiche. Alcuni storici sostengono che scritti di Mazzei sulla libertà e sull'uguaglianza abbiano influenzato il linguaggio utilizzato da Jefferson durante il periodo della Rivoluzione americana. Lo stesso Jefferson mantenne per decenni un forte legame personale con Mazzei, definendolo anni dopo un amico di grande valore morale e politico.

Per Jefferson il vino non era soltanto una bevanda, ma un elemento di civiltà. In contrapposizione ai superalcolici, il consumo moderato di vino favoriva conversazione, autocontrollo e vita sociale: qualità considerate essenziali per una repubblica libera. Jefferson tentò persino di avviare una tradizione vitivinicola americana ma il suo progetto fallì a causa della guerra, delle difficoltà agricole e della dispersione dei lavoratori, tuttavia gettò le basi simboliche di una storia che continua ancora oggi nelle vigne della Virginia.

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EFA News - European Food Agency
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