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A Trump va di traverso l'hamburger

Esenzione dei dazi sulla carne: la retromarcia scontenta consumatori e allevatori

L'entità protezionistica e ritorsiva dei dazi che il presidente Usa Donald Trump continua a imporre al mondo è evidente con l'ultimo atto appena annunciato: l'esenzione per 90 giorni, ossia per i prossimi tre mesi, delle tariffe sull’importazione di 300mila tonnellate di carne di manzo macinata. 

La nuova misura è il modo di Trump per cercare di ridurre il prezzo della carne negli Stati Uniti: un prezzo che, negli ultimi anni, da quando Trump è tornato alla presidenza nel gennaio 2025, è molto aumentato, più o meno del 24%, a causa di una riduzione delle mandrie, di maggiori costi di produzione e della siccità dei pascoli. A luglio scorso il prezzo del macinato ha toccato la vetta dei massimo storico a 15 dollari al chilo, oltre il 10% in più rispetto a un anno fa. La dimensione del bestiame nazionale negli Stati Uniti, cioè di tutti i bovini da allevamento presenti sul territorio, è ai minimi dagli anni Cinquanta. Adesso, però, sono in tanti a chiedersi quale impatto sui prezzi potrebbe avere l’importazione di 300mila tonnellate di carne.

All'inizio l’amministrazione aveva imposto dazi sull’importazione di carne di manzo per aiutare gli allevatori statunitensi in difficoltà e consentire loro di aumentare la quantità di bestiame: peccato che questo sia un processo che richiede anni. Qualcuno, allora, deve aver consigliato al tycoon di fare presto, che le elesioni di MidTerm sono alle porte, mancando circa due mesi al 3 novembre

E così Trump ha annunciato l’accordo per l’importazione sostenendo che "abbasserà il prezzo della carne macinata per le famiglie americane che lavorano": ha detto anche che la carne sarà venduta a un prezzo inferiore del 25% rispetto agli attuali valori di mercato in base a un accordo con gli importatori che dovrebbe fruttare agli Usa 300 mila tonnellate di carne, pari al 2% dei consumi annuali, esenti dai dazi.  

Sono evidenti e copiose le reazioni negative che aleggiano negli States. L'associazione degli allevatori ha scritto in un comunicato che l’annuncio "getta acqua fredda sulla prospettiva di un aumento del bestiame e sacrifica la stabilità di lungo termine per prospettive di breve termine". Scontento anche da parte dei consumatori, un tasto a cui Trump è particolarmente sensibile soprattutto adesso, a due mesi circa dalle elezioni di MidTerm del 3 novembre. 

Quello che il tycoon non calcola è, in primis, la figuraccia intercontinentale che fa con questa retromarcia su tariffe che, aggiungiamo, non stavano dando l'effetto sperato. E poi, tassare un ingrediente che scarseggia in casa non sembra un'idea geniale. Sì perché gli hamburger yankee si fanno con carne d'importazione (generalmente da Australia, Argentina e Brasile) e con il grasso nazionale. L'import, dunque, è essenziale anche se Trump non se n'è accorto: lo confermano le importazioni 2026 che corrono spedite verso il record di 2,7 milioni di tonnellate, con il Brasile che, addirittura, supera gli Stati Uniti come primo importatore mondiale di carne bovina.

Di sicuro, i dazi non difendono gli allevatori ma serve solo a rincarare gli hamburger. Non solo. La carne è un ingrediente balzato in testa alla piramide rovesciata sulla dieta degli americani Maha (Make America healthy again) dettata dal ministro alla Salute Robert F. Kennedy jr. solo pochi mesi fa sotto la spinta dello stesso presidente (leggi notizia EFA News). 

Trump non ha messo in conto questo scontento così come non ha calcolato che la misura non sarebbe per niente piaciuta ai suoi elettori di punta, cioè agli allevatori statunitensi che temono la concorrenza delle carni estere, preoccupati da una misura che non si aspettavano proprio da quello che viene considerato come il loro alfiere al potere. Contrari alla misura sono anche deputati, senatori e candidati Repubblicani: tutti personaggi che alle elezioni di metà mandato devono competere per seggi in aree rurali del paese, dove l’allevamento è un settore economico importante. 

Tra l'altro, non si capisce se il presidente Usa era nel pieno possesso delle sue facoltà quando ha deciso l'ultima retromarcia che non riguarda due importatori come Australia, che ha la propria quota d'import, e l'Argentina che ha un accordo di libero scambio con gli Usa. La misura, dunque farebbe felice solo il Brasile del presidente "comunista" Lula, primo fornitore di carne agli States ma anche Paese che Trump ha colpito con dazi per tutto l'anno. 

In conclusione, lasciateci dire che la questione dimostra una volta di più come per Trump sia relativamente facile imporre dazi: più difficile è toglierli. Abche perché  il rischio, in entrambi i casi, è di svontentare qualcuno: i consumatori (che votano) o le aziende americane (che sorreggono il Paese). 

Fc - 62646

EFA News - European Food Agency
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