Urea vietata dal 2028: la Padania trema
Rilevante l'impatto sulle 4 regioni del bacino padano, tra i più produttivi d'Europa
Dal 1° gennaio 2028, nelle quattro regioni del Bacino Padano (Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna) l'utilizzo dell'urea granulare non protetta sarà vietato. La misura, prevista dal Piano di Azione Nazionale per il miglioramento della qualità dell'aria approvato nel giugno del 2025, risponde a due sentenze di condanna per il mancato rispetto della Direttiva sulla qualità dell'aria.
L'impatto sul sistema agricolo padano, tra i più produttivi d'Europa, sarà rilevante. Ma il dibattito pubblico rischia di individuare nel soggetto sbagliato la vittima principale della transizione. Le aziende zootecniche, che integrano già oggi effluenti organici nel proprio ciclo di concimazione, sono le meno esposte. A subire le conseguenze più severe saranno invece le aziende cerealicole pure: quelle che nel Bacino Padano dipendono dall'urea per l'80% del fabbisogno azotato e che non dispongono di fonti organiche alternative.
"Negli ultimi anni abbiamo visto gli agricoltori attraversare crisi successive sui prezzi dei fertilizzanti: la pandemia, la guerra in Ucraina, il rincaro del gas - spiega Eugenia Tron, ceo di COMPO Expert Italia - Quello che questi eventi hanno reso evidente è che il parametro giusto non è il costo per tonnellata di fertilizzante, ma il costo di investimento per ettaro ed il costo per tonnellata di prodotto raccolto. Un'azienda che ha imparato a ragionare per ettaro, ottimizzando dosaggi, tempi di applicazione e formulazioni, ha retto meglio agli shock di prezzo. La normativa sull'urea è un'accelerazione nella stessa direzione".
Il Piano stesso stima che il passaggio a fertilizzanti alternativi comporterà oneri aggiuntivi non inferiori a 150 euro per ettaro: una stima che, però, si distribuisce in modo molto disomogeneo a seconda della tipologia aziendale. Uno studio condotto e pubblicato da Nomisma per Assofertilizzanti, presentato alla Giornata del Mais 2026 al CREA, ha quantificato gli effetti di lungo periodo di uno scenario senza urea nel Bacino Padano. Il valore della produzione di mais da granella calerebbe del 41% in termini aggregati, da 1.053 a 620 milioni di euro (secondo i prezzi Ismea 2024) e l'intero comparto cerealicolo accuserebbe una contrazione del 45%.
La differenziazione per tipologia di impresa è però marcata: per le aziende zootecniche irrigue il calo stimato è del -12%, grazie all'apporto di effluenti propri. Per le cerealicole irrigue, che acquistano urea sul mercato senza alternative organiche interne, il calo raggiunge il -51%. Per le cerealicole asciutte, il -40%.
In termini assoluti, il divario è ancora più nitido: nello scenario senza urea, un'azienda cerealicola irrigua tipo da 100 ettari nel Bacino Padano rischierebbe una perdita di valore della produzione superiore a 250.000 euro nel lungo periodo — passando da circa 3.330 a poco più di 800 euro di valore prodotto per ettaro2.
L'urea rappresenta il 16% dei fertilizzanti azotati distribuiti a livello nazionale, ma fornisce il 44% dell'azoto totale apportato da concimi azotati2 un dato che rende evidente la dipendenza strutturale dell'agricoltura padana da questa molecola.
Mais da insilato: il nodo silenzioso
Il problema non si esaurisce nella cerealicoltura: il Bacino Padano concentra circa il 70% della superficie nazionale coltivata a mais trinciato, ossia il mais da insilato che costituisce la base dell'alimentazione della zootecnia da latte e da carne. Un calo strutturale delle rese in questa area riduce la disponibilità di materia prima foraggera e ne aumenta il costo, con effetti a cascata su filiere come Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Bresaola e le principali DOP suine.
I dati dello studio Nomisma sono espliciti: in assenza di urea, la produzione di mais da granella nel Bacino Padano scenderebbe del 36% (circa 1,6 milioni di tonnellate annue in meno), il frumento tenero del 17%, il frumento duro del 25%, il riso del 63%. Quest'ultimo dato colpisce un comparto con una forte identità territoriale, dalla Lomellina al Delta del Po, e con filiere di trasformazione di elevato valore aggiunto.
Il parametro da cambiare
Il parametro da cambiare non è il prodotto ma il modo di misurare il risultato. Per COMPO Expert Italia, azienda di riferimento nel segmento dei fertilizzanti speciali e dei biostimolanti per l'agricoltura professionale, la transizione imposta dalla normativa non si affronta con una semplice sostituzione di prodotto, ma richiede un cambiamento di prospettiva nel modo in cui si misura il rendimento di un investimento in nutrizione: ragionare in termini di risultato per ettaro, non di costo per tonnellata di fertilizzante acquistato. Un fertilizzante azotato inibito ha un costo unitario superiore rispetto all'urea standard, ma consente di ottimizzare i dosaggi mantenendo o migliorando le rese per ettaro. Per supportare le aziende in questa transizione, COMPO Expert Italia mette a disposizione il programma di consulenza agronomica Big-Farm, che integra analisi fogliari, analisi del suolo e piani nutrizionali personalizzati.
EFA News - European Food Agency