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Islanda: pescatori decisivi nel "No" all'UE

Troppe regole da Bruxelles avrebbero condizionato un settore strategico per l'economia dell'isola

Il "fattore pesca" è risultato decisivo nell'esito - tutt'altro che scontato - del recente referendum in Islanda. La popolazione del piccolo stato insulare a ridosso del Circolo Polare Artico ha respinto la proposta di prosecuzione dei negoziati di adesione all'Unione Europea con una maggioranza del 52,8%, contro il 47,2% dei "Sì".

Un risultato opposto avrebbe riaperto i negoziati interrotti nel 2015. All'epoca, Reykjavík era riuscita a chiudere 11 capitoli del lungo iter burocratico. Tuttavia, gli islandesi hanno scelto di mantenere lo status quo, limitandosi a una stretta collaborazione con il blocco dei 27 Stati membri UE.

Alla fine dei giochi, sui fattori geopolitici e globali - guerra russo-ucraina, rincaro risorse energetiche, concorrenza sleale cinese e dazi di Trump, con le sue minacce di annessione della Groenlandia - sono prevalse dinamiche relative agli interessi interni, legati essenzialmente alla filiera ittica, decisiva per l'economia insulare. 

Essendo l'Islanda un Paese con una vasta Zona Economica Esclusiva nell'Atlantico settentrionale, l'industria della pesca è profondamente radicata nella coscienza nazionale. La pesca è un datore di lavoro fondamentale, che copre circa l'8% del PIL del paese e quasi il 40% delle esportazioni.

Pertanto, l'Islanda  ha sempre gelosamente protetto i suoi diritti di pesca. Tra il 1958 e il 1976, l'Islanda e il Regno Unito sono stati coinvolti in una serie di scontri, noti come "Guerre del Merluzzo", conclusisi con la vittoria di Reykjavík su Londra.

L'adesione all'UE avrebbe sottoposto l'Islanda alla Politica Comune della Pesca (Pcp), che stabilisce le regole su chi può pescare, dove e quando, e quanto può pescare. La maggior parte di queste quote viene determinata ogni anno a seguito di negoziati. Gli Stati membri sono quindi responsabili di garantire che i pescatori non superino i limiti. In vista del referendum, un sondaggio Gallup ha mostrato che il 90% delle aziende islandesi legate al settore della pesca si opponeva all'adesione al blocco UE.

Il governo ha cercato di attenuare tali preoccupazioni dichiarando che avrebbe chiesto a Bruxelles "piena autorità" sul sistema di pesca del paese. Da parte sua, la Commissione europea aveva affermato di essere pronta a esplorare soluzioni "creative". "Le specificità dell'Islanda in materia di pesca e agricoltura sono ben note e dovranno essere esaminate attentamente", aveva dichiarato la commissaria europea all'Allargamento Marta Kos. Queste dichiarazioni, tuttavia, a quanto pare, non sono riuscite a convincere coloro che temevano le conseguenze di una cessione eccessiva di controllo del settore.

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EFA News - European Food Agency
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