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CLARA MOSCHINI

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Scarti della soia diventano biomateriale per curare la pelle

La ricerca UniMi per aiutare la gestione del dolore nell’allattamento e le pazienti oncologiche

L’okara (o polpa di soia), residuo della produzione di tofu e bevande vegetali di soia, è stato utilizzato da una ricerca per ottenere un materiale innovativo da utilizzare per la protezione e la riparazione della pelle. Il biomateriale bioattivo e biodegradabile stampabile in 3D aiuterebbe a contribuire allo sviluppo di dispositivi per il trattamento locale del dolore legato all’allattamento e al decorso post-operatorio degli interventi per tumore al seno.

La ricerca, di carattere interdisciplinare, è stata coordinata da Carmen Lammi, docente del Dipartimento di Scienze Farmaceutiche dell’Università degli Studi di Milano, e condotta in collaborazione con il gruppo della docente Serena Graziosi del Dipartimento di Meccanica del Politecnico di Milano e con Raffaele Pugliese, ricercatore del NeMO Lab Research Center - Ospedale Niguarda di Milano. Il lavoro si inserisce tra i risultati del progetto di ricerca 3DBioPad (Design and 3D printing of a biocompatible and bioactive pad for the topical treatment of breastfeeding and breast cancer post-surgery pains), coordinato dalla docente Graziosi e finanziato dall’Unione Europea – NextGenerationEU.

Il progetto, che integra competenze provenienti da diversi ambiti come la progettazione meccanica, l’ingegneria dei materiali e le scienze alimentari, ha una doppia valenza: ridurre l’impatto ambientale attraverso la valorizzazione dei sottoprodotti dell’industria alimentare e sviluppare nuove soluzioni biomediche.

Protagonista della ricerca è l’okara che, sebbene sia considerato uno scarto, conserva una significativa componente proteica e può quindi rappresentare una fonte sostenibile di molecole biologicamente attive. Da questo sottoprodotto i ricercatori hanno ottenuto un idrolizzato proteico ricco di peptidi bioattivi, piccole catene di amminoacidi derivate dalle proteine, e ne hanno studiato gli effetti sui fibroblasti dermici umani, cellule fondamentali per il mantenimento della struttura della pelle e per i processi di riparazione dei tessuti. I test condotti in vitro hanno mostrato che l’idrolizzato di okara esercita attività antiossidanti e antinfiammatorie e favorisce la migrazione dei fibroblasti, un processo importante per la guarigione delle ferite.

Per tradurre questi risultati in una soluzione tecnologica, l’idrolizzato di okara è stato incorporato nel poli(ε-caprolattone) o PCL, un polimero biocompatibile e biodegradabile già impiegato nella ricerca biomedica. È stata così ottenuta una miscela bioattiva adatta alla stampa 3D. Le analisi meccaniche, termiche e strutturali hanno mostrato che l’aggiunta dell’idrolizzato preserva le principali proprietà del PCL e consente il rilascio prolungato nel tempo dei peptidi bioattivi. I ricercatori hanno quindi verificato che, anche dopo la stampa 3D, la miscela mantiene le attività antiossidanti e antinfiammatorie e pro-rigenerative. La possibilità di ottenere strutture dalle geometrie complesse ha inoltre confermato la versatilità del materiale e la potenzialità per la progettazione di dispositivi personalizzati.

Sulla ricerca, Graziosi commenta: “La possibilità di produrre mediante stampa 3D geometrie complesse con questo materiale bioattivo, apre nuove opportunità per lo sviluppo di dispositivi dedicati alla salute delle donne, con potenziali applicazioni anche in altri ambiti biomedicali. Nel progetto 3DBioPad, la valorizzazione dell’okara si inserisce in un approccio progettuale che considera fin dall’inizio la funzione e la geometria del prodotto, le proprietà del materiale e il processo di produzione come elementi interdipendenti. È attraverso questa integrazione che puntiamo a coniugare lo sviluppo di nuove soluzioni per la salute delle persone, con un utilizzo più sostenibile delle risorse.”

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EFA News - European Food Agency
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