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Rapporto Coop 2026: italiani molto sensibili all'inflazione

Cibo sempre più "domestico", aumentano i volumi acquistati ma carboidrati e zuccheri in calo /Allegato

Saltate le regole del gioco (almeno quelle a cui siamo stati tutti abituati dall’ultimo dopoguerra ad oggi), il mondo naviga a vista, continuamente sottoposto ad allarmi e rischi sempre più pressanti. Sono alcuni degli spunti che emergono dall'anteprima digitale del “Rapporto Coop 2026-Consumi e stili di vita degli italiani di oggi e di domani”, presentato oggi a Milano.

Difficile credere che le guerre in corso troveranno (almeno nel breve termine) una loro conclusione tanto che il 56% degli opinion leader intervistati vede proprio nei conflitti il fattore più critico del possibile cambiamento degli equilibri geopolitici nei prossimi cinque anni, ma temono anche nel breve termine un forte shock dei prezzi dell’energia e delle materie prime (lo dice il 77% e il 43% arriva a parlare di possibili interruzioni prolungate nelle catene di rifornimento) e conseguentemente c’è chi - ed è il 56% del campione - prefigura un forte rallentamento del commercio internazionale.

La diplomazia cede il posto al linguaggio delle armi e nel nuovo universo multipolare sbiadiscono gli organismi della cooperazione internazionale come Onu, Oms, Wto e Nato, mentre occupa la scena il duello in corso fra Usa e il nuovo sfidante cinese che si candida alla leadership (secondo l’86% degli opinion leader intervistati assisteremo a un ulteriore rafforzamento della Cina nello scenario globale in un futuro prossimo a fronte di un più timido 22% che ancora si aggrappa all’America).

Tra i due pesi massimi che comunque continuano a contendersi i destini del mondo sta l’Europa; sicuramente un’oasi felice in mezzo all’attuale disordine geopolitico non solo sotto il profilo dei valori democratici ma anche per l’altissimo livello della qualità della vita. In casa europea si profila un’occasione storica e irripetibile: quella di ergersi come baluardo di democrazia e diritti anche nei confronti di una possibile, non auspicabile, contrapposizione più aspra con la Russia.

Ammesso che l’imminente tornata elettorale che chiamerà alle urne circa il 40% della sua popolazione non veda emergere come maggioritarie le rinnovate pulsioni sovraniste e nazionaliste sempre più pressanti anche nel cuore dei paesi membri come il caso Sassonia di pochi giorni fa testimonia. E, nel complesso puzzle europeo, anche l’Italia è chiamata a mettersi in gioco. Il 2026 ci consegna un Paese ripiegato su se stesso e incapace di crescere, come rilevano i principali indicatori economici (le previsioni del consenso internazionale stimano la crescita italiana inferiore al punto percentuale, la stima dell’Ufficio Studi Coop di chiusura del Pil 2026 non supera lo 0,8%, 0,9% nel 2027).

In casa Italia infatti tutte le leve che concorrono alla crescita economica sono ferme o retrocedono; la produttività, la demografia, la dimensione di impresa, l’istruzione. Impietoso il confronto con la Spagna, Paese vicino e affine. In questo mare in tempesta, gli italiani avvertono la stanchezza del quotidiano (lamentano la mancanza di tempo da dedicare a se stessi e il 30% è sulla soglia di un vero e proprio burning out), temono come e più degli altri le guerre (87%), sentono la zavorra della difficile situazione economica (77%). Il porto sicuro è la famiglia, un mito imperituro per gli italiani (lo indica il 64%) e sotto pressione non stupisce che la ricerca del benessere, un lascito del post-Covid, acquisti ora una valenza diversa; prima la mente e poi il corpo. Il wellness coincide con buone capacità cognitive per il 64% degli italiani e immediatamente dopo dal benessere psicologico (54%); entrambi sopravanzano l’importanza della salute fisica (43%).

Avere nervi saldi può aiutare gli italiani anche a fronteggiare l’avanzata dei prezzi e i legittimi timori di spendere di più; i nostri connazionali  hanno una percezione maggiore dell’inflazione rispetto agli europei (+5,1% l’Italia, +3,6% area euro) e non consola il fatto che la crescita dei prezzi in Italia nel post-Covid in realtà sia stata più contenuta che nel resto del continente e che gli italiani ne abbiano beneficiato (se l’inflazione fosse stata uguale a quella dell’area euro avrebbero perso un ulteriore potere d’acquisto pari a 22,6 miliardi di euro). Di fatto lavoriamo di più ma guadagniamo meno di 20 anni fa e meno degli altri europei (peggio di noi solo la Grecia) e vantiamo il record, non certo invidiabile, di essere uno dei Paesi più disuguali d’Europa. Con tali premesse, appare inevitabile che anche sul versante dei consumi l’Italia appaia un Paese ingessato, fermo a vent’anni fa dove si fanno strada però nuove regole e nuove priorità. Consumare meno e combattere gli sprechi diventa un valore, come afferma comunque il 65% degli intervistati, ma non solo per necessità. Di quanti decidono di ridurre i consumi oltre uno su quatto lo fa per scelta personale. Mentre la dimensione familiare e la ricerca del benessere coinvolgono anche la tavola.

Il cibo è sempre più domestico (le vendite a volume negli ultimi sei anni si posizionano su un +5,6% con la Mdd a 32% come quota di mercato raggiunta) e tutta l’evoluzione merceologica degli acquisti è orientata dal mantra del benessere che fa ridurre il consumo di zuccheri e carboidrati e prodotti processati e promuove le nuove icone alimentari – ieri la curcuma e lo zenzero, poi mango ed avocado, oggi kefir e semi (di chia, di girasole, di zucca, ecc.) ; il primo schizza al primo posto dei prodotti top con un +51,2%, i secondi raggiungono un altrettanto positivo +26,3%.

L’ossessione per il controllo del proprio peso e la componente green del cibo a cui solo una componente minoritaria dichiara di non prestare attenzione sono le altre componenti che spiegano cosa succede oggi nei carrelli degli italiani, quale canale si preferisca e quali sono le sfide più urgenti da affrontare per le insegne del retail.

In allegato a questa EFA News il testo integrale e la nota metodologica dell'Istat.

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EFA News - European Food Agency
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